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storia e turismo
Partenope Partenope
Nel '680 a.C.i cumani fondarono la città di Partenope che, col passare del tempo divenne il rifugio di tutti gli scontenti di Cuma, ben presto tanto numerosi da diventare minacciosi per la stessa madrepatria.


Nel 470 a.C. Partenope venne distrutta ma, a causa di una pestilenza mandata, secondo la Sibilla dallo stesso Nettuno , padre della sirena Partenope , per punire i Cumani, fu fondata sullo stesso posto la città di Neapolis per ripristinare il culto della sirena.

Divenne poi possedimento sannita prima e romano poi.
Castel dell'Ovo Castel dell'Ovo
Sull'antico Isolotto di Megaride sorge imponente il Castel dell'Ovo. Una delle più fantasiose leggende napoletane farebbe risalire il suo nome all'uovo che Virgilio avrebbe nascosto all'interno di una gabbia nei sotterranei del castello. Il luogo ove era conservato l'uovo, fu chiuso da pesanti serrature e tenuto segreto poiché da " quell'ovo pendevano tutti li facti e la fortuna dil Castel Marino"

Da quel momento il destino del Castello, unitamente a quello dell'intera città di Napoli, è stato legato a quello dell'uovo. Le cronache riportano che, al tempo della regina Giovanna I, il castello subì ingenti danni a causa del crollo dell'arcone che unisce i due scogli sul quale esso è costruito e la Regina fu costretta a dichiarare solennemente di aver provveduto a sostituire l'uovo per evitare che in città si diffondesse il panico per timore di nuove e più gravi sciagure.
villa rosebery villa rosebery
La proprietà su Capo Posillipo che dal 1897 prende il nome di "Villa Rosebery", ha origine nei primi anni dell'Ottocento. Si deve all'ufficiale austriaco Giuseppe De Thurn, brigadiere di marina per la flotta borbonica, la creazione della proprietà tramite l'acquisto e l'accorpamento, a partire dal 1801, di alcuni fondi terrieri contigui. Nella zona più alta e panoramica, che sarà poi detta del "Belvedere", il conte Thurn fece edificare una piccola residenza con cappella privata ed un giardino; tutto il resto della tenuta fu invece destinato ad uso agricolo, con ampi vigneti e frutteti, e ceduto in affitto a coloni. Nel decennio dal 1806 al 1816, con la momentanea destituzione dei Borbone dal Regno di Napoli ad opera delle truppe napoleoniche, la proprietà del conte Thurn venne confiscata dall'amministrazione francese; fu in seguito acquisita dal restaurato regime borbonico e quindi restituita nel 1817 al conte.
Dopo aver ottenuto un indennizzo per i danni economici causati dal periodo della requisizione, nel 1820 Giuseppe Thurn decise di mettere in vendita la Villa.
Il valore del fondo intanto era in crescita poiché in quegli anni si andava realizzando lungo la collina di Posillipo una lunga strada di collegamento tra Mergellina e Bagnoli: una nuova via progettata per rendere agevolmente praticabile - anche in carrozza - una zona prima impervia e raggiungibile soprattutto via mare.
La strada vi assecondava la tendenza a favorire lo sviluppo della città di Napoli verso occidente secondo i progetti già elaborati da Ferdinando IV di Borbone e attuati in buona parte da Gioacchino Murat. Quando dunque nel marzo 1820 la principessa di Gerace e il figlio don Agostino Serra di Terranova acquistarono la proprietà di Capo Posillipo, la zona si prestava bene ad essere trasformata da fondo prevalentemente agricolo a villa residenziale.
L'uso agricolo, che poteva fruttare rendite non trascurabili, in realtà non fu completamente abrogato, ma alcuni locali prima utilizzati esclusivamente dai coloni vennero ristrutturati per essere convertiti ad uso di residenza e rappresentanza. I lavori di riassetto della tenuta - che prese il nome di "Villa Serra marina" - furono affidati ai gemelli architetti Stefano e Luigi Gasse che intervennero anzitutto sul casino del Belvedere (oggi Palazzina Borbonica), trasformandolo in elegante residenza dei nuovi proprietari, e sul cosiddetto "Casino Gaudioso", una casetta rurale che si trovava nell'estremità meridionale della proprietà che, adeguatamente ampliata e ristrutturata, avrebbe assolto la funzione di grande foresteria. Interventi di minore impegno furono effettuati anche sulle due casine a mare, che restarono tuttavia destinate ai coloni. Sono dunque gli interventi dei Serra a determinare in buona parte l'assetto della villa così come la conosciamo oggi. Morti la principessa e il figlio don Agostino, nel 1857 gli eredi vendettero la proprietà a Luigi di Borbone, comandante della Marina napoletana; da questo momento la villa fu detta "la Brasiliana" in onore della moglie di Luigi, sorella dell'imperatore del Brasile.
Il nuovo proprietario volle far recintare completamente la tenuta, spesso utilizzata per incontri galanti; ne cancellò quindi definitivamente l'originario carattere agricolo sostituendo alle aree coltivate un grande parco alberato, e la dotò di un porticciolo. L'ambiguo comportamento tenuto da Luigi di Borbone nell'estate del 1860, nel momento della crisi del regno di Napoli di fronte all'avanzata garibaldina, causò il suo esilio in Francia e di conseguenza la vendita della "Brasiliana".
La acquistò un facoltosissimo uomo d'affari, Gustavo Delahante, che la tenne fino al 1897 senza tuttavia effettuarvi lavori di particolare rilievo. Il successivo passaggio di proprietà testimonia del sempre maggiore interesse dei forestieri, gli inglesi in particolare, per le residenze della zona di Posillipo.
Il compratore fu infatti, nel 1897, lord Rosebery, eminente uomo politico britannico che nel 1894-95 era stato primo ministro nel suo paese. L'acquisto della villa coincise con il suo temporaneo ritiro dalla vita politica per dedicarsi a tempo pieno agli studi storico-letterari. Villa Rosebery si trasformò quindi in un luogo riservato e appartato, chiuso rispetto alla mondanità della alta società napoletana e viceversa aperto a pochi studiosi e buoni amici del lord inglese. Ma non potendo più contare sui frutti dell'attività agricola ormai dismessa da tempo, la manutenzione della villa era divenuta dispendiosa per lord Rosebery che la frequentava raramente, pertanto l'inglese - che nel frattempo era tornato all'attività politica - decise di disfarsene. Signorilmente si accordò con il governo inglese per una donazione, che fu perfezionata nel 1909.
La villa fu però utilizzata solo sporadicamente come luogo di villeggiatura degli ambasciatori inglesi in Italia, dopo alcuni anni pertanto anche il governo britannico optò per una cessione a titolo gratuito, questa volta allo Stato italiano.
L'atto di donazione che sancì il passaggio della proprietà al nostro Stato fu firmato nel 1932 dall'ambasciatore del Regno Unito e da Benito Mussolini. Diverse proposte di destinare la villa ad uso pubblico non ebbero seguito, fu quindi messa a disposizione della famiglia reale per i soggiorni estivi. Così nel 1934, alla nascita della primogenita del principe ereditario Umberto, la residenza prese il suo nome e divenne "Villa Maria Pia". Dal giugno 1944, nominato Umberto luogotenente del Regno, Vittorio Emanuele III si trasferì nella villa con la consorte Elena: vi rimarrà fino all'abdicazione e alla partenza per l'esilio in Egitto, il 9 maggio 1946. Recuperata dallo Stato italiano dopo un breve periodo di requisizione nel 1946 da parte degli eserciti di occupazione alleati, la villa fu concessa fino al 1949 all'Accademia Aeronautica. Rimase quindi vuota e in abbandono per diversi anni finché una legge del 1957, includendola fra i beni immobili in dotazione alla Presidenza della Repubblica, non ne determinò la rinascita.
Palazzo_Doria_D_Angri Palazzo_Doria_D_Angri
Palazzo Doria D’Angri
Il palazzo venne costruito nel 1755 per volere di Marcantonio Doria, principe di d'Angri. Il progetto venne affidato all'architetto Luigi Vanvitelli, che non potè portarlo a termine a causa di una vertenza intercorsa tra la congrega dei Bianchi dello Spirito Santo e il committente. Il lavoro venne realizzato da Carlo Vanvitelli su disegno del padre. L'impianto segue un insolito schema trapezoidale. Nella decorazione dell'interno furono attivi numerosi artisti che già avevano collaborato con il Vanvitelli alla realizzazione della Reggia di Caserta. Al primo piano sono due ambienti che facevano parte dell'appartamento nobile, oggi sede dell'Istituto Magistrale Pimentel Fonseca. La Galleria ellittica, attualmente sala per conferenze di un'associazione culturale, si presenta come un interessantissimo ambiente di gusto rococò. Riccamente decorata da stucchi e vetri, la sala conserva un ciclo pittorico ad affresco realizzato alla fine del XVIII secolo da Fidele Fischetti, raffigurante Vicende della Famiglia Doria.
Cappella_San_Severo Cappella_San_Severo
Le origini della Cappella Sansevero sono legate ad un episodio leggendario.
Narra, infatti, Cesare d'Engenio Caracciolo nella Napoli Sacra del 1624 che, sul finire del XVI secolo, un uomo innocente, trascinato in catene per essere condotto in carcere, passando dinanzi al giardino del Palazzo de Sangro, vide crollare una parte del muro di cinta di detto giardino ed apparire un 'immagine della Beata Vergine. Egli promise, allora, alla Madonna di donarle una lapide d'argento se fosse stato riconosciuto innocente: poco dopo, infatti, l'uomo venne scarcerato e subito tenne fede al voto fatto. L'immagine sacra divenne da quel momento luogo di pellegrinaggio e di preghiera, dispensando molte altre grazie. In seguito, Giovan Francesco Paolo de Sangro, molto ammalato, si rivolse anch'egli a questa Madonna per ottenere la guarigione: miracolato, per gratitudine fece innalzare, lì dove era apparsa per la prima volta la venerabile effigie (attualmente collocata in alto sull'Altare Maggiore), una cappelletta che venne denominata S. Maria della Pietà o Pietatella. Era circa il 1590 e, sin da allora, quel luogo di devozione divenne anche estrema dimora della nobile famiglia.
Anni dopo, il figlio Alessandro, Patriarca di Alessandria e Arcivescovo di Benevento, intraprese lavori di trasformazione, modificò il sacello in un vero e proprio tempio votivo - il cui perimetro corrispondeva a quello attuale - e collocò al suo interno alcune sepolturre dei suoi antenati.
Il fasto settecentesco
Tale sistemazione rimase inalterata sino al 1749, quando pose mano all'ampliamento del tempio Raimondo de Sangro, VII principe di Sansevero. Furono anni di grande fervore in cui il principe profuse nell'opera forze e sostanze, impegnandosi con entusiasmo e competenza, chiamando presso di sé pittori e scultori rinomati, seguendo personalmente le fasi di lavorazione, scegliendo i materiali.
L'idea era quella di farne un tempio maestoso, degno della grandezza del casato, arricchendolo di sculture di altissimo pregio pur senza alterare la primitiva struttura e cercando, nel nuovo assetto, l'idonea collocazione per i monumenti secenteschi, quasi tutti di scuola fanzaghiana. La complessa personalità, la cultura cosmopolita, la genialità di inventore, gli studi magico - alchemici, la militanza massonica, il sentimento radicato della storia fecero di Raimondo de Sangro un mecenate esigentissimo, pronto in qualunque momento a far rifare ogni statua che non risultasse di sua piena soddisfazione, poiché ogni singola opera doveva svolgere una funzione insostituibile nel progetto iconografico complessivo da lui immaginato, ed ignoto probabilmente agli stessi artisti.
E' per tale motivo che nella Cappella Sansevero, come mai in altro monumento, si avverte la presenza di una committenza che, a tratti sovrastando ogni singola presenza artistica, autorevolmente si impone infondendo energia, coerenza, suggestione, respiro europeo all'intero complesso.
La Cappella Sansevero ha un'unica navata a pianta longitudinale con quattro archi per lato a tutto sesto, ciascuno dei quali accoglie un monumento sepolcrale, fatta eccezione per il terzo alla sinistra dell'ingresso principale, entro il quale è collocato l'accesso laterale; il cornicione, costruito con un mastice di invenzione del de Sangro, corre lungo tutto il perimetro al di sopra degli archi. La volta a botte, affrescata da Francesco Maria Russo, è interrotta da sei finestre strombate che illuminano l'intera Cappella; all'altezza dell'abside, poi, si può ammirare il gioco illusionistico di una finta cupoletta.

Al 1901 risale la pavimentazione in cotto napoletano, smaltato in giallo e azzurro - colori del casato de Sangro - in corrispondenza dello stemma gentilizio. Il bellissimo pavimento settecentesco andò distrutto alla fine dell'Ottocento: è possibile oggi vederne un campione nel passetto antistante la tomba di Raimondo de Sangro. Il motivo a labirinto, di antichissima tradizione classica e ricco di rinvii ad una cultura iniziatica, è qui di straordinaria originalità: all'interno di marmoree tarsie policrome è incastrata una linea di marmo bianco, continua e senza giunture, altra prodigiosa invenzione del geniale principe.
All'esterno, sulla porta principale, è collocata la lapide secentesca con la dedica di Alessandro de Sangro (Trad.: Alessandro de Sangro Patriarca di Alessandria destinò questo tempio, innalzato dalle fondamenta alla Beata Vergine, a sepolcro per sé e per i suoi nell'anno del Signore 1613).
Infine, sulla porta laterale, risalente al periodo settecentesco, si può leggere una lunga ed eloquente iscrizione dedicatoria (Chiunque tu sia, o viandante, cittadino, provinciale o straniero, entra e devotamente rendi omaggio alla prodigiosa antica opera: il tempio gentilizio consacrato da tempo alla Vergine e maestosamente amplificato dall'ardente principe di Sansevero Don Raimondo de Sangro per la gloria degli avi e per conservare all'immortalità le sue ceneri e quelle dei suoi nell'anno MDCCLXVII. Osserva con occhi attenti e con venerazione le urne degli eroi onuste di gloria e contempla con meraviglia il pregevole ossequio all'opera divina e i sepolcri dei defunti e quando avrai reso gli onori dovuti profondamente rifletti e allontanati. Trad.: di Maria Alessandra Cecaro).
Castel Nuovo Castel Nuovo
La costruzione del Castel Nuovo, detto anche Maschio Angioino, iniziò nel 1279, sotto il regno di Carlo I d'Angiò, su progetto dell'architetto francese Pierre de Chaule. Per la sua posizione strategica il nuovo castello rivestì non solo le caratteristiche di una residenza reale, ma anche quelle di una fortezza. Fin dall'inizio esso venne chiamato "Castrum Novum" per distinguerlo da quelli più antichi dell'Ovo e Capuano.

Durante il regno di Roberto d'Angiò il Castello divenne un centro di cultura dove soggiornarono artisti, medici e letterati fra cui Giotto, Petrarca e Boccaccio. Agli Angioini successero gli Aragonesi con Alfonso I, che seguendo la scelta dei predecessori, fissò la sua dimora reale in Castel Nuovo iniziandone i lavori di ricostruzione e facendo innalzare all'esterno, fra la Torre di Mezzo e quella di Guardia, il grandioso Arco di Trionfo per celebrare il suo vittorioso ingresso nella città di Napoli.

Con gli Aragonesi si assiste al passaggio dal medioevale castello-palazzo alla fortezza di età moderna, adeguata alle nuove esigenze belliche e la zona intorno al Castello perde il carattere residenziale che aveva con gli Angioini. La struttura della costruzione aragonese risulta senz'altro più massiccia rispetto a quella angioina e rispecchia abbastanza fedelmente quella attuale, scaturita dai lavori di risanamento dei primi anni di questo secolo.

Alla fine del XV secolo i Francesi subentrarono agli Aragonesi; tale presenza non durò per molto tempo, in quanto i Francesi furono sostituiti a loro volta dai viceré spagnoli ed austriaci. Durante il periodo vicereale (1503-1734), le strutture difensive del castello, adibito ad un uso prettamente militare, vennero ulteriormente modificate. Con l'avvento di Carlo III di Borbone che sconfisse l'imperatore Carlo VI nel 1734, il castello venne circondato in varie riprese da fabbriche di ogni genere, depositi ed abitazioni.

Nel primo ventennio del XX secolo iniziarono a cura del Comune i lavori di isolamento del castello dalle costruzioni contigue; la validità di questo intervento scaturiva dal riconoscimento del valore storico e monumentale della fortezza e dalla necessità del recupero complessivo della piazza antistante. Attualmente il complesso monumentale viene destinato ad un uso culturale ed è, tra l'altro, la sede del Museo Civico.

L'itinerario museale si articola tra la Sala dell'Armeria, la Cappella Palatina o di Santa Barbara, il primo ed il secondo piano della cortina meridionale a cui si aggiungono la Sala Carlo V e la Sala della Loggia destinate ad ospitare mostre ed iniziative culturali.
Crypta Neapolitana Crypta Neapolitana
Cripta Neapolitana
Alle spalle della stazione ferroviaria di Mergellina si estende il piccolo, ma suggestivo Parco Virgiliano, così impropriamente chiamato perchè sistemato nel 1930, in occasione del bimillenario della nascita del poeta. Proseguendo lungo il viale si giunge alla tomba del grande poeta Giacomo Leopardi.

Continuando a salire lungo il viale si giunge all'ingresso della galleria chiamata "Crypta Neapolitana". Tale galleria venne aperta alla fine del I° sec. a.C. per velocizzare i collegamenti fra Neapolis e Puteoli evitando le curve tortuose e le irte salite della strada preesistente, la "Via Antiniana per colles", che giungeva a Fuorigrotta risalendo la collina del Vomero. Attualmente la galleria si presenta lunga circa 700 metri, larga fra i 4 e i 5 metri ed alta tra i 5 e i 20 metri. Oltre che da fiaccole, la galleria veniva illuminata da due pozzi di luce.

Riguardo alla costruzione, Strabone ci fornisce alcune utili informazioni: i lavori furono diretti da Lucio Cocceio Aucto, autore di molte altre gallerie dell'area flegrea (quella fra Cuma e l'Averno, ad esempio). Il ritrovamento di un bassorilievo marmoreo raffigurante il dio Mitra, ascrivibile al III° sec.d.C., ha portato ad ipotizzare l'esistenza di un luogo di questo culto in qualche anfratto della grotta. Inoltre, secondo alcuni scrittori pare che nella galleria si svolgessero, in antico, rituali dedicati a Priapo, figlio di Dioniso e di Afrodite, dio della fecondità, il cui culto comportava riti fallici notturni.

La Crypta Neapolitana ha continuato a svolgere il suo ruolo fino all'inizio del '900. Presso l'ingresso della Crypta c'è un monumento funerario posto ad un livello più alto rispetto a quello antico. La tradizione vuole che questo fosse il Sepolcro del grande poeta Virgilio, ma tale attribuzione non può essere né smentita, né confermata. Di sicuro il colombario dovette appartenere ad un personaggio o ad una famiglia di grossa importanza civile o religiosa. Il poeta mantovano aveva una predilezione per Napoli dove aveva appreso dal greco Sirone la filosofia epicurea e, ormai maturo, aveva concepito non solo le Georgiche, ma anche vari passi dell'Eneide legati all'area flegrea. La sua morte è stata descritta da biografi in questo modo: partito per la Grecia per un viaggio di studi, il poeta si sarebbe ammalato gravemente e sarebbe deceduto a Brindisi, nel viaggio di ritorno, all'età di 51 anni, nel 19 a.C.

I suoi resti furono trasportati a Napoli e raccolti nel sepolcro sulla via Puteolana presso la villa che aveva acquistato da Sirone. Molti letterati e poeti hanno venerato questa tomba, come Stazio, Silio Italico, Plinio il Giovane ed altri. Nel Medioevo la figura di Virgilio ebbe un carattere di taumaturgo e mago; i suoi resti sarebbero stati traslati e nascosti nel Castel dell'Ovo per paura che fossero rubati; in quel castello che lo stesso Virgilio, secondo la leggenda, avrebbe costruito su di un uovo magico posto nelle fondamenta.

Nel 1688 Pedro d'Aragona fece abbassare il piano della galleria di ben 11 metri, sì che il sepolcro restò sospeso in alto. In seguito ci furono secolari discussioni tra studiosi sull'identificazione certa del sepolcro del poeta, fino a quando, nell'anno del bimillenario della nascita di Virgilio, questo colombario fu restaurato e sistemato nello stato attuale.
il cimitero delle Fontanelle il cimitero delle Fontanelle
IL CIMITERO DELLE FONTANELLE
Dalle colline oggi chiamate "Colli Aminei" partivano quattro impluvi i quali, incidendo il tufo, lo mettevano a nudo creando dei veri e propri valloni, attraverso cui trovava recapito la cosiddetta "Lava dei Vergini", colate di fango e detriti provenienti dall'erosione della coltre piroclastica che ammanta le colline circostanti.

La "lava dei vergini" per millenni ha eroso il vallone delle Fontanelle e della Sanità, creando le condizioni ottimali per l'estrazione del tufo che le leggi del '600, le prammatiche, vietavano di cavare "intra moenia" per cui lo si prelevava "extra moenia" proprio in questa zona. La stessa strada, Via Fontanelle, rappresenta il vecchio impluvio sulle sponde del quale sono dislocate numerose cave che, fino al secolo scorso, hanno fornito i materiali da costruzione per l'attività edilizia di tutta la città e che oggi sono adibite ad usi più disparati: deposito di ulive, vetrerie, lavorazione di cioccolata, marmi, garages, cantine.

A metà del XVI secolo, la lava provocò un'enorme voragine nella strada delle Fontanelle, per cui si ordinò ai "salmatari di riempire la stessa con sfabbricatura"; questa notizia ci fa capire che già a quel tempo le Fontanelle erano praticate dai salmatari. All'epoca i morti venivano interrati nelle chiese, dove però non c'era più posto per cui i salmatari, di notte, li disseppellivano e li scaricavano nelle vecchie cave abbandonate. A seguito dell'ennesima alluvione, dalle cave fuoriuscirono molte salme e si racconta che gli abitanti della Sanità non uscivano di casa per non riconoscere i propri morti. Fu ordinato, quindi, ai salmatari ricomporli nell'ultima cava.

L'origine di questo ossario, però, si fa risalire al XVI secolo quando la città fu flagellata da tre rivolte popolari, tre carestie tre terremoti, cinque eruzioni del Vesuvio e tre epidemie e, essendo il luogo isolato, fu qui che vennero raccolti i cadaveri delle vittime. Micidiale fu la pestilenza del 1656, per cui i muri che chiudevano le cave furono di nuovo abbattuti e le stesse cave, secondo alcuni, accolsero 250.000 cadaveri su una popolazione 400.000 abitanti e, secondo altri, addirittura 300.000. L'architetto Carlo Praus racconta che nel 1764, "epoca memoranda di una esterminatrice carestia", il Cimitero delle Fontanelle fu destinato dal Comitato di Pubblica Sanità a seppellire le salme della bassa popolazione, che non trovavano posto nelle pubbliche sepolture delle chiese all'interno della Città. Ed ancora il Praus, a seguito dell'editto di Saint-Cloud del giugno 1804, presenta nel 1810 un progetto per la costruzione di un vasto camposanto mediante l'ampliamento dell'antica necropoli delle Fontanelle.

Nel 1837, per provvedimento del Consiglio Sanitario, in seguito all'invasione del "colera morbu", furono portati in questo cimitero altre salme. Nello stesso anno, essendo stato ordinato di togliere gli ossami da tutti i cimiteri delle parrocchie e delle confraternite e di portarli nell'Ossario delle Fontanelle, un gran numero di carri, scortati da confratelli e guardie, trasportarono in queste grotte cataste di resti mortali. Il cimitero rimase abbandonato fino al 1872, quando il parroco della chiesa di Materdei, Don Gaetano Barbati, con l'aiuto di popolane mise in ordine le ossa nello stato in cui ancora oggi si vedono e tutte anonime, ad eccezione di due scheletri: quello di Filippo Carafa Conte di Cerreto dei Duchi di Maddaloni, morto il 17 luglio 1797 e di Donna Margherita Petrucci nata Azzoni morta il 5 ottobre 1795; entrambi riposano in bare protetti da vetri.

Il corpo di Donna Margherita è mummificato ed il teschio ha la bocca spalancata come di chi sta per vomitare, per cui si dice che la nobildonna sia morta strangolata da uno gnocco. Nell'ordinare le ossa furono messe nella navata retrostante la chiesa quelle provenienti dalle parrocchie e dalle congreghe, per cui essa fu detta "navata dei preti"; la centrale fu chiamata "navata degli appestati" perché in essa erano stati sotterrati questi morti. L'ultima è la "navata dei pezzentelli" perché qui furono accomodate le ossa della gente povera. Così il cimitero entrò nel costume cittadino. Oggi, è insieme un luogo di culto e di macabro fascino, in cui si concentrano anche molte leggende e racconti di miracoli

San Giovanni a Carbonara San Giovanni a Carbonara
San Giovanni a Carbonara
A Napoli, per la natura del suo sottosuolo, si è sempre scavato per estrarre il tufo e tutti materiali idonei all'edilizia come sabbia, pozzolana e lapilli. I vuoti, così ricavati, non furono mai abbandonati, ma utilizzati come cisterne pluviali o come cisterne collegate ad acquedotti; c'è sempre stata, quindi, acqua fluente sotto Napoli, che poteva essere attinta dai pozzi esistenti in ogni abitazione.

Tre furono gli acquedotti che scorrevano sotto la città: l'Acquedotto della Bolla, di origine greca, l'Acquedotto Augusteo, romano e l'Acquedotto del Carmignano del 1600. Questi tre acquedotti, che si intersecano e si scambiano le acque, hanno costituito una rete fittissima di cunicoli e cisterne che coinvolge tutti i palazzi costruiti fino al 1885, anno in cui, a causa di una pestilenza, fu costruito l'acquedotto a pressione, che mandò in pensione quelli ad acqua fluente.

Nel 1885 si poteva scendere in uno dei 4628 pozzi e percorrere, nel sottosuolo, la città in lungo e in largo da Santa Caterina a Formiello a Monte di Dio, dai Ponti Rossi a Capo Misero, da San Giovanni a Carbonara alla Sanità. Molti conquistatori, per impadronirsi della città di Napoli, pensarono di tagliare i suoi acquedotti: per esempio, nel 537 Belisario, comandante dell'esercito di Giustiniano, nella campagna d'Italia contro i Goti, giunto a Napoli, nascose un intero reggimento di cavalleria nella grotta degli Sportiglioni, sotto Capodichino, egli si accampò di fronte alla porta di Santa Sofia, oggi via San Giovanni a Carbonara.

Anche Belisario tagliò gli acquedotti esclamando, secondo il Melisurgo: "... questi napoletani li faremo rendere per sete." Il caso volle, però, che un soldato, Isauro, inoltratosi lungo un cunicolo dell'antico acquedotto delle Bolla, dopo pochi metri, rivide la luce da sotto un pozzo; risali lungo la canna, usando le tacche dei pozzari, e si trovò al centro della guarnigione che presidiava la Porta di Santa Sofia.

Lungo la stessa canna salirono, di notte, alcuni soldati di Belisario, sopraffecero le guardie e aprirono le porte, permettendo alle truppe di conquistare la città. Nel 1442 le truppe di Alfonso I d'Aragona, comandate da Diomede Carafa, si accamparono allo stesso posto. Alfonso I, uomo colto, aveva letto di Belisario, e perciò diede mandato al Carafa di trovare questo accesso.

Il Carafa contattò due pozzari, Aniello Ferraro e Roberto Esposito, che lo condussero nella casa di "mastro Citiello cosetore", un sarto che con la moglie "donna Ciccarella" ed i figli "Elena e Leone" abitava proprio di fronte alla porta di Santa Sofia, dove oggi sorge la scuola Bovio e dove allora c'era, proprio sotto la casa del sarto, un pozzo. Questa volta entrarono i marinai di Alfonso I: essi furono chiamati perchè più esperti di corde e scalette. Fu cosi che, per la seconda volta, la città di Napoli fu presa con lo stesso espediente.

Cambiano i luoghi ma restano i cunicoli, i pozzi e le antiche cisterne, queste ultime ampliate, durante la seconda guerra mondiale, per essere adattate a ricoveri.

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Napoli Greco-Romana

Le origini della città di Napoli affondano nella leggenda. La protagonista è la Sirena Partenope, creatura mitica e affascinante che per secoli ha avuto le fattezze di un uccello dal soave volto di fanciulla. Contro l'Isola delle Sirene, che alcuni identificano con l'isoletta de "Li Galli" di fronte alla costa di Positano, le navi nell'antichità andavano a schiantarsi, perche i marinai ammaliati e sconvolti dall'irresistibile canto delle sue abitatrici, che erano appunto delle Sirene, perdevano il controllo di se e delle navi. Solo Ulisse, l'eroe di Itaca, riuscì a cavarsela imponendo alla ciurma di turarsi le orecchie con grumi di cera e facendosi legare all'albero maestro del suo fragile scafo, salvando la nave e l'equipaggio da un disastroso nubifragio.

Dalle notizie storiche si sa che i Greci si insediarono a Napoli per tappe successive. Nel IX sec. a.C. si insediarono nell'isola di Pithecusa (Ischia), nel secolo successivo si insediarono a Cuma e solo nel VI sec. a.C. fondarono Partenope sull'isoletta di Megaride, che in seguito si estese sul Monte Echia (la collina di Pizzofalcone), più che una città un centro commerciale. Nel 470 i Cumani fondarono una vera e propria città nella zona orientale (l'attuale centro antico) a cui dettero il nome di Neapolis (città nuova) per distinguerla da Palepolis (città vecchia).

L'assetto urbanistico di Neapolis ripeteva il tracciato ippodameo delle città greche definito da cardi e decumani, i primi più stretti orientati in direzione nord-sud i secondi più larghi in direzione est-ovest, tracciato questo ancora leggibile percorrendo Via dei Tribunali e Via Benedetto Croce, Decumano Superiore e Via San Biagio dei Librai, Decumano Inferiore. Napoli con lo stupendo scenario circostante attirò anche molti intellettuali come Cicerone, Orazio e Plinio il Vecchio, che documentò la terribile eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che distrusse Pompei ed Ercolano. A Napoli abitò Virgilio, grande poeta della romanità, che si stabilì nella ridente Mergellina dove ora si trova la cosiddetta Tomba di Virgilio e la vicina Tomba di Leopardi.

Napoli Medioevale

Nell'alto medioevo la città rimane compresa all'interno della murazione realizzata sotto l'impero di Valentiniano III (450-455), murazione allargata solo per brevi tratti ad includere la Chiesa del Gesù, parte del convento di Santa Chiara, i Palazzi limitrofi, la Chiesa di Santa Maria La Nova e di San Giovanni Maggiore. Si costruiscono i primi cimiteri cristiani dell'Italia Meridionale di cui sono testimonianza le catacombe intitolate a San Gennaro e a San Gaudioso. La storia ecclesiastica locale tramanda che l'imperatore Costantino abbia fondato la basilica che nell'VIII secolo fu intitolata a Santa Restituta. Particolare interesse esercitano le absidi delle basiliche fondate dal vescovo Severo alla fine del IV secolo: quella di San Giorgio Maggiore e quella dedicata a San Gennaro, comunicante con le sottostanti catacombe dedicate allo stesso Santo. Di questo periodo è il Battistero di San Giovanni in Fonte, identificato con l'edificio battesimale fondato dal vescovo Sotero nella seconda metà del V secolo. Del IX secolo è infine il piccolo campanile di Santa Maria Maggiore, testimonianza isolata dello stile architettonico lombardo.

Periodo Normanno-Svevo

Dopo essere stata ducato bizantino autonomo, Napoli nel IX secolo fu conquistata dai Normanni. Lo sviluppo urbano interessò la zona dell'entroterra con la costruzione di Castel Capuano e la zona pianeggiante del porto con l'ampliamento di Castel dell'Ovo, divenuto reggia di Ruggero II.

Periodo Angioino e Aragonese

Nel 1266 Carlo I d'Angiò trasferì la capitale del Regno di Sicilia da Palermo a Napoli, avviando un fecondo periodo di rinascita civile per la città. La cinta muraria fu ampliata: da Castel Capuano le mura inclusero le chiese di Sant'Eligio e dell'Egiziaca a Forcella, la zona del Mercato, Santa Maria La Nova, la zona su cui in seguito sorse il Palazzo Orsini di Gravina, la zona dell'attuale Piazza del Gesù, la Via San Sebastiano fino a Port'Alba. Carlo I in particolare si occupò di opere pubbliche, tra le quali il prosciugamento e la sistemazione delle aree paludose a nord-est della città e la ristrutturazione dell'Acquedotto Campano. Trasferì il Mercato e le attività artigianali annesse dal centro antico, nei pressi della Chiesa di San Lorenzo, nella zona sud-orientale. Nel 1279 ebbe inizio l'edificazione di Castel Nuovo.

L'architettura religiosa del periodo angioino annovera chiese come San Lorenzo Maggiore, già edificata sull'area della basilica romana, le chiese di San Domenico, di San Pietro a Maiella, di Santa Chiara, di Santa Maria Egiziaca, di San Gregorio Armeno, di Donna Romita e di Donnaregina.

Gli Angioini importarono in Napoli architettura e oreficeria francese, tessuti e oggetti vari. In pittura ebbero il merito di invitare a Napoli i maestri rappresentativi delle maggiori scuole pittoriche italiane: Pietro Cavallini da Roma, Simone Martini da Siena, Giotto da Firenze. Testimonianza dell'attività della scuola romana in Napoli è il grande ciclo di affreschi nella Chiesa antica di Santa Maria Donnaregina. Della triennale attività di Giotto (1329-1332) restano solo frammenti nella cappella di Santa Barbara in Castel Nuovo. Testimonianze della scuola pittorica sviluppatasi durante il regno di Giovanna I si hanno nella Chiesa dell'Incoronata e nella Cappella Barrese in San Lorenzo.

Il passaggio dalle forme tipiche napoletane alla fiorita decorazione dell'architettura catalana del XV secolo nella metropoli aragonese è determinato da Guglielmo Sagrera, architetto della Sala dei Baroni in Castel Nuovo e autore probabilmente dell'intera ricostruzione quattrocentesca del castello, prima dell'introduzione delle forme italiane rinascimentali.

Il Viceregno Spagnolo

Nel XVI secolo Napoli diventa capitale del vicereame spagnolo. Don Pedro Alvarez de Toledo, vicere dal 1532 al 1553, amplia la cinta muraria della città aumentando di un terzo la superficie urbana. Le mura sul lato occidentale giungono fino alla fortezza di Castel Sant'Elmo, ricostruita con l'inclusione del Belforte angioino. L'edificazione si sviluppa lungo l'asse stradale costituito dalla nuova Via Toledo. Sei strade parallele a Via Toledo, interrotte da una serie di strade ortogonali confluenti sulla stessa strada, definiscono una zona di alloggi militari, corrispondente all'attuale quartiere di Montecalvario che conservò funzione residenziale popolare.

La costruzione di residenze patrizie nel centro antico e all'esterno della cinta muraria conferì alla città un equilibrio tra domanda abitativa ed edilizia di lusso e di quella popolare: i palazzi Orsini, Marigliano, Corigliano rappresentano interessanti documenti dell'edilizia civile rinascimentale.

Di Giuliano da Maiano resta la grandiosa Porta Capuana. Si realizza l'Arco di Trionfo di Alfonso d'Aragona in Castel Nuovo il cui progetto da alcuni è attribuito a Luciano Laurana, e da alcuni è attribuito a Guglielmo Sagrera.

Gli organismi architettonici del quattrocento si possono racchiudere nel Palazzo di Diomede Carafa a San Biagio dei Librai e nel Palazzo Cuomo in Via Duomo. Successivi sono il Palazzo Gravina oggi sede della Facoltà di Architettura, e la Chiesa di Santa Caterina a Formiello. Donatello e Michelozzo mandano marmi a Napoli per il sepolcro del Cardinale Brancaccio nella Chiesa di Sant'Angelo a Nilo. Alla Chiesa di Monteoliveto manda l'ultima sua opera Antonio Rossellino e vi lavorano anche Guido Mazzoni da Modena e Benedetto da Maiano.

Napoli del '600

In questo periodo l'Erario è impegnato a finanziare l'edilizia di lusso dei patrizi, l'edilizia religiosa la realizzazione del nuovo Palazzo Reale, del cui progetto si occupò Domenico Fontana, e del Palazzo degli Studi (ora Museo Nazionale). Anche a Posillipo sorsero palazzi signorili, tra i quali il Palazzo Donn'Anna di Cosimo Fanzago, che riproposero la destinazione residenziale riservata alla collina di Posillipo anche dai Romani.

In questo periodo fioriscono numerose chiese: San Paolo Maggiore, SS. Apostoli, S. Maria degli Angeli a Pizzofalcone, ad opera di Francesco Grimaldi. Cosimo Fanzago progetta le Chiese dell'Ascensione a Chiaia, di Santa Maria degli Angeli alle Croci, di San Ferdinando, di San Giorgio Maggiore, di San Giuseppe delle Scalze a Pontecorvo, della Sapienza, di S. Teresa a Chiaia, di Santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone ed il Palazzo Maddaloni. Tutte opere che testimoniano l'interpretazione del barocco a Napoli, recepito più nel suo aspetto esteriore che nella concezione spaziale, virtuosismo decorativo e preziosismo cromatico.

Verso le nuove forme espressive del barocco è orientato anche Fra' Nuvolo, autore della Chiesa di Santa Maria alla Sanità e di S. Sebastiano. L'architetto Arcangelo Guglielmelli continuò ad esprimersi in forme più scenografiche e fantastiche, tra cui si ricordano San Giuseppe dei Ruffi e la Biblioteca dei Girolamini. Nel 1607 è a Napoli Michelangelo Merisi da Caravaggio che ha lasciato magistrali dipinti al Pio Monte di Misericordia e a San Domenico Maggiore.

Napoli nel '700

La dominazione austriaca, dal 1707 al 1734, ebbe luogo in una città provata dall'epidemia del 1691 in stasi economica e in mano allo strapotere delle gerarchie ecclesiastiche.

Le condizioni della città erano ancora più gravi quando nel 1734 agli Asburgo succedette Carlo III di Borbone. Il nuovo sovrano impose immediatamente la tassazione anche ai beni della Chiesa, in modo da rimpinguare le risorse dell'Erario. Carlo III incoraggiò la realizzazione delle "manifatture", favorì la ripresa del commercio, la realizzazione di opere infrastrutturali (opere stradali, portuali, ecc.), la sistemazione della viabilità urbana, attestata dalla pianta della città disegnata da Giovanni Carafa duca di Nola, con l'indicazione delle nuove direttrici dello sviluppo urbano verso Via Foria, Capodimonte e la zona di Torre del Greco e l'ampliamento dei Granili.

Il prestigio della dinastia si consolidò con la costruzione di grandi opere quali il Teatro San Carlo, progettato dal Medrano e inaugurato nel 1737, la Reggia di Capodimonte, progettata pur essa dal Medrano, il Reale Albergo dei Poveri opera di Ferdinando Fuga, autore anche della facciata della Chiesa dei Girolamini e dei palazzi Giordano e Caramanico, la caserma di cavalleria al ponte della Maddalena di Luigi Vanvitelli, i palazzi di Ferdinando Sanfelice ai Vergini, il Palazzo Serra di Cassano, la Chiesa di S. Maria delle Periclitanti a Pontecorvo. Luigi Vanvitelli progetta Palazzo d'Angri, la Chiesa dell'Annunziata, la Chiesa dei Padri della Missione, il Foro Carolino. Le opere del periodo borbonico conferiscono alla città una dimensione europea.

Napoli nell'800

Agli inizi dell'800 Giuseppe Bonaparte continuò la realizzazione di opere infrastrutturali cominciata da Ferdinando, fece costruire una larga strada che dal Museo conduceva alla Reggia di Capodimonte, che con un viadotto scavalcava la valle della Sanità, inaugurata nel 1810 da Murat. Murat promosse la realizzazione dell'Orto Botanico, dell'Osservatorio Astronomico e l'allargamento di Via Foria e il prolungamento di Via Posillipo, le nuove direttrici dello sviluppo urbano.

Con il ritorno a Napoli di Ferdinando I si iniziò la costruzione del Foro Ferdinando, oggi Piazza del Plebiscito con sullo sfondo la Chiesa di San Francesco di Paola, il Palazzo di San Giacomo per i ministeri, si completò la strada di Bagnoli e fu incaricato Antonio Niccolini di ricostruire il Teatro San Carlo distrutto da un incendio. Ferdinando IV fece completare la Via Posillipo fino a Bagnoli e fece realizzare la Villa Reale, l'odierna Villa Comunale, lungo la Riviera di Chiaia.

Il turismo all'epoca subì un notevole incremento, con circa 8000 presenze annuali. Ferdinando II fece allargare la Via Costantinopoli, fece sistemare la Via del Piliero e costruire il Corso Maria Teresa, oggi Corso Vittorio Emanuele.

Napoli Moderna

Nel 1860 Napoli fu unita all'Italia, all'epoca contava circa 450.000 abitanti. I primi interventi pubblici significativi del ventennio successivo all'unità riguardarono l'allargamento di Via Duomo, antico cardine della città greco-romana, di Corso Garibaldi e di Via Caracciolo. Con l'opera di risanamento, iniziata dopo l'epidemia colerica del 1884, si realizzò lo sventramento delle aree urbane più congestionate, lungo la fascia del Rettifilo, corso Umberto I, e la realizzazione della quinta stradale rappresentata dai palazzi umbertini, oltre i quali i vicoli e i fondaci continuavano la loro funzione di contenitori di miseria.

Nel 1891 con la funicolare si garantì il primo moderno collegamento con il Vomero, il quartiere della nuova espansione urbana. Tra le due guerre mondiali l'espansione urbana di Napoli fu notevole. Il quartiere Vasto, ubicato nei pressi della Stazione ferroviaria centrale, il quartiere Vomero e il rione Regina Elena a occidente, i quartieri Arenella e Materdei a nord, il quartiere di Fuorigrotta nella zona dei Campi Flegrei.

Nel centro si continuò l'opera di risanamento con il quartiere Carità, la Via Diaz, i palazzi del ventennio fascista. Nella zona occidentale si realizzò il complesso della Mostra d'Oltremare. Durante la seconda guerra mondiale, negli anni 1943-44, la città soffrì notevoli distruzioni.
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Spaccanapoli A Napoli c'è una strada che ne attraversa tutto il centro storico in direzione est ovest, anche se in realtà si tratta di più strade che susseguendosi in maniera rettilinea lungo il loro percorso incrociano importanti arterie della città e monumentali piazze. Questa lunga e stretta fenditura, Spaccanapoli appunto, è molto ben visibile dall alto della collina del Vomero là dove da San Martino ci si affaccia su quel dedalo di palazzi, tetti, chiese, cupole, guglie, strade, vicoli che da oltre due millenni sono il cuore pulsante della città.

Questo itinerario può cominciare in Via Maddaloni dove il Palazzo Carafa, costruito nel 1582 con un magnifico portale del XVII secolo, fa angolo con Via Toledo. Proseguendo lungo Via Domenico Capitelli, giungiamo in Piazza del Gesù Nuovo che rappresenta il punto di incontro fra l'antica Neapolis greco-romana, la Napoli medioevale e quella spagnola. La piazza prende il nome dalla Chiesa del Gesù Nuovo che conserva la facciata quattrocentesca del precedente palazzo dei principi Sanseverino sulla cui area è sorta. L'interno è un mirabile esempio di arte barocca riccamente ornato da marmi policromi e preziosi dipinti fra cui spicca la Cacciata di Eliodoro dal Tempio di Francesco Solimena. Di fronte, pochi metri più oltre, si innalza il Complesso Conventuale di Santa Chiara voluto da Roberto d'Angiò e dalla moglie per ospitare, fatto piuttosto singolare, un doppio convento di Clarisse e Frati Minori. Affiancata dall'imponente Campanile trecentesco, la Chiesa, in stile gotico provenzale, custodisce il Sepolcro di Roberto d'Angiò e i monumenti funebri della nobiltà napoletana del tempo. Alle spalle dell altare maggiore il Coro delle Clarisse conserva resti di affreschi di Giotto e della sua scuola. Dal coro si accede all ampia area del Chiostro che, meravigliosamente decorato con mattonelle di maiolica, è un vero gioiello dell arte napoletana del settecento. Il perimetro della piazza si completa con il Palazzo Morisani e il Palazzo Pignatelli di Monteleone arricchito da un artistico portale. Al centro della piazza svetta la Guglia dell Immacolata eretta nella prima metà del 1700. Riprendendo il cammino lungo Spaccanapoli, si entra in Via Benedetto Croce ricca di palazzi monumentali fra cui il Palazzo Filomarino del XIV secolo e poi ristrutturato in forme barocche, il Palazzo Venezia del 1400 e anch esso più volte ristrutturato, il Palazzo Carafa della Spina riconoscibile per i leoni a fauci aperte che ne ornano il portone.

Percorsa Via B. Croce, in Piazza San Domenico Maggiore lo sguardo è colpito dalla Guglia dedicata al Santo intorno alla quale ruota tutto lo scenario della piazza che deve la sua sistemazione attuale al periodo Aragonese, XV secolo, quando diventò uno dei centri nevralgici della città. L'abside della Basilica di San Domenico Maggiore caratterizza la piazza con la sua architettura da torre merlata medioevale ingentilita, però, da un grande rosone centrale e da un portale di marmo del cinquecento. Costruita nel 1283 su una precedente chiesa romanica di cui conserva strutture nella navata di destra, l'interno ospita i sepolcri di sovrani e nobili aragonesi. L'ingresso principale della Basilica, che conserva ancora il portone ligneo del trecento, è situato in un cortile al quale si accede percorrendo Vico San Domenico. La piazza è circondata da palazzi che conservano ancora alcune strutture originarie come il Palazzo Casacalenda, oggi noto soprattutto perche ospita una famosa pasticceria, il Palazzo Petrucci del XV secolo, il Palazzo Corigliano sede alcuni dipartimenti dell Università Orientale e il Palazzo Sangro di Sansevero della prima metà del XVI secolo di cui si può ammirare l'imponente portale del settecento. La Cappella di Sansevero, che si trova sulla sinistra del palazzo in Via de Sanctis, al suo interno conserva mirabili sculture tra cui il Cristo Velato, vero capolavoro dell'arte settecentesca. In un sotterraneo della cappella sono conservati due corpi umani frutto degli esperimenti condotti dal misterioso principe Raimondo de Sangro. Grazie ad una piccola deviazione, percorrendo la storica Via Mezzocannone, si arriva a Largo San Giovanni Maggiore dov 'è possibile ammirare il ricamo dello stupendo portale gotico della Cappella di San Giovanni di Pappacoda, la Chiesa di San Giovanni Maggiore, costruita nel IV secolo sui resti di un tempio dedicato ad Ercole ed e il Palazzo Giusso del Galdo sede dell Istituto Universitario Orientale. Tornando indietro a Piazzetta Nilo si entra nella zona che fu abitata dai mercanti alessandrini i quali, circa duemila anni fa, vi eressero per devozione la Statua del Nilo che nella tradizione popolare è diventata il Corpo di Napoli. Da visitare la Chiesa di Sant Angelo a Nilo che conserva notevoli esempi di arte rinascimentale. Superata la piazzetta inizia Via San Biagio dei Librai animato e angusto concentrato di tesori artistici. La via è un susseguirsi di rinascimentali palazzi fra cui il Palazzo Carafa Santangelo che nel cortile conserva una testa di cavallo in terracotta, il Palazzo Carafa di Montorio dove nacque Papa Paolo IV, il palazzo del Monte di Pietà con l'annessa splendida Cappella e il Palazzo Marigliano. Fra le Chiese notevoli sono quella dei Santi Filippo e Giacomo, quella di San Nicola al Nilo, riconoscibile della merce di un rigattiere che da anni ne usa i locali ai lati della scalinata come deposito, e la piccola Chiesa di San Biagio Maggiore sorta su quella che doveva essere la casa di San Gennaro. Fra le tante botteghe della via, dove nacque Giambattista Vico, non bisogna lasciarsi sfuggire l'Ospedale delle bambole. Percorrendo il decumano inferiore si incrocia una delle vie più amate dai napoletani, l'antichissima Via San Gregorio Armeno, dove valenti artigiani creano i pastori dei presepi. La strada prende il nome dalla Chiesa di San Gregorio Armeno che, sorta su di un tempio greco nell'VIII, ha subito negli anni molte modifiche. Tornando in Via San Biagio si sbuca in Via Duomo dove, in Piazza Crocelle ai Mannesi si vede la Chiesa di San Giorgio Maggiore. Non distante dalla chiesa, il Palazzo Cuomo del XV secolo, ospita il Museo Civico Filangieri. Risalendo Via Duomo, da vedere il Complesso Archeologico Carminiello ai Mannesi. Spaccanapoli prosegue il suo cammino, fra bancarelle e venditori, su Via Vicaria Vecchia addentrandosi in quello che era l'antico quartiere ebreo, Via Giudecca Vecchia, fino a Forcella dove in Piazza Calenda è visibile parte delle Mura Greche.

Il Decumano Maggiore Il secondo itinerario parte dal Duomo e giunge fino a Port Alba percorrendo, in senso contrario al primo, il centro antico della città. I due itinerari sono collegati da numerosi vicoli che ricalcano i percorsi degli antichi cardines di cui Via Duomo è uno dei principali. Il Duomo, edificato negli ultimi anni del XIII secolo, conserva nella imponente e bella facciata i tre portali quattrocenteschi. Al suo interno, fra i ricchi decori del settecento e le ancora visibili le tracce delle epoche precedenti merita attenzione la Cappella del Tesoro di San Gennaro. Parte integrante del Duomo è la Basilica di Santa Restituta costruita nel IV secolo e in esso inglobata in epoca angioina. Dalla navata di destra della Basilica si accede al Battistero di San Giovanni Fonte del V secolo. Negli anni '60 nel sottosuolo della Cattedrale è stato scoperto un complesso archeologico dove sono visibili stratificazioni di diverse epoche storiche, dalla greca alla medioevale. Da Via Duomo, andando verso Corso Umberto, si incrocia Via dei Tribunali, l'antico decumano maggiore. Svoltando a destra, dopo un breve tratto, si giunge in Piazza dei Gerolomini, caratterizzata dalla presenza della Chiesa dei Gerolomini che conserva la tomba di Giambattista Vico. Poco oltre si entra in quello che fu prima l'Agorà greco e poi il Forum romano dell antica Neapolis: Piazza San Gaetano. Qui sorgevano i principali edifici civili e religiosi della città e sui loro resti sono state edificate la Basilica di San Paolo Maggiore e quella di San Lorenzo Maggiore. La prima, sorta nel 778 sui resti del tempio dei Dioscuri, conserva nella facciata due colonne corinzie del tempio e preziosi affreschi; la seconda, edificata nel XIII secolo su di una Basilica paleocristiana del VI secolo a sua volta costruita sull area del macellum, offre la possibilità di un'interessante visita agli scavi archeologici sottostanti la Basilica. L'itinerario lungo Via Tribunali, fra costruzioni rinascimentali come il Palazzo Spinelli di Laurino o il Palazzo di Filippo d'Angiò, prosegue e porta in Piazza Miraglia dove confluisce Via del Sole che conduce là dove sorgeva l'Acropoli greca. Nella piazza, ad angolo con Via del Sole, la Cappella Pontano è una delle massime espressioni del rinascimento napoletano; alla sua destra la Chiesa di Santa Maria Maggiore, costruita su una precedente Basilica, conserva di quest ultima l'antico Campanile Romanico e resti di un mosaico romano. Sulla piccola piazza si prospetta ciò che resta di un monastero demolito per far posto al vecchio Policlinico: la Chiesa della Croce di Lucca. La Chiesa in stile gotico di San Pietro a Maiella, eretta nel 300, chiude l'orizzonte della piazza. Superato il vicino Conservatorio c'è Piazza Bellini dove in una piccola area verde si eleva la statua dedicata al grande musicista posta non distante dai resti delle Mura Greche che qui riaffiorano. Dalla piazza si raggiunge la vicina Port'Alba oltrepassata la quale ci si trova in Piazza Dante, da dove potrebbe iniziare un nuovo itinerario.

Da Pizzofalcone a Piazza Dante Per meglio comprendere l'evoluzione storica della città, dalle sue origini più remote al periodo spagnolo, è consigliabile un terzo itinerario che permetterà di individuare anche il sito dell antica Partenope. L'itinerario comincia alle spalle della notissima Piazza del Plebiscito dove le strade salgono verso quello che fu il monte Echia, l'attuale Pizzofalcone. Dal terrazzo presso Via dell Egiziaca a Pizzofalcone è possibile avere un idea di quello che doveva essere il primo nucleo abitativo di Napoli, intorno al VII secolo a.C., quando coloni greci della vicina Cuma vi fondarono Partenope. Dall alto si scorge lo Scoglio di Magaride dove la legenda vuole che dal mare siano giunte le spoglie mortali della sirena Partenope, qui sepolta e venerata dai primi napoletani. Oggi di Partenope, che con la fondazione di Neapolis (città nuova) prese il nome di Palepolis (città vecchia), non è rimasto nulla, e le uniche testimonianze sono quelle giunteci dalla necropoli scoperta in Via Nicotera. Nel piazzale antistante il cinquecentesco Palazzo Carafa Sanseverino sono ancora visibili i resti di una costruzione del I secolo a.C. che potrebbero essere quello che resta della Villa di Lucullo che si estendeva fin sull'isolotto di Megaride e sui cui resti sorse nel VII secolo un convento di benedettini poi trasformato nel primo nucleo del Castel dell Ovo nei primi anni del 1100 dai normanni. In Via Monte di Dio si trova il Palazzo Serra di Cassano del 1700, interessante per lo spettacolare scalone di accesso al piano nobile. Interessanti sono le chiese di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone e quella di Santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone. Ai piedi di Pizzofalcone si estende la splendida Piazza del Plebiscito cinta sul lato occidentale dal grandioso portico della Basilica di San Francesco di Paola costruita in stile neoclassico nei primi anni dell 800. Di fronte si estende la seicentesca facciata del Palazzo Reale. Il perimetro della piazza è completato dal Palazzo Salerno e da quello della Prefettura. Al centro della piazza si stagliano i due monumenti equestri dedicati ai re Borboni Ferdinando I e Carlo III. Attigua a Piazza del Plebiscito si apre Piazza Trieste e Trento, caratterizzata dalla fontana del Carciofo e dalla presenza di uno degli storici caffè della città: il Gambrinus. Nella piazza si erge la barocca Chiesa di San Ferdinando di fronte alla quale c'è il Palazzo Vicereale. Da Via San Carlo si accede all entrata principale della Galleria Umberto I e al Teatro San Carlo. Dalla piazza inizia anche Via Toledo, ancora oggi la più importante della città, fatta costruire dal vicerè Pedro da Toledo nel 1536. Lungo la strada sorsero i palazzi della nobiltà cittadina e molte chiese di chiara impronta barocca. Una di queste, Santa Brigida, conserva preziosi dipinti di Luca Giordano. Proseguendo fra monumentali palazzi, sedi di banche e vetrine eleganti, si giunge dove, all'angolo con Via Diaz, si trova la Madonna delle Grazie del XVII secolo. Non lontano, nella zona di Montecalvario, si trovano le Chiese di Santa Maria della Concezione del seicento e quella di Montecalvario del cinquecento. Superata Piazza Carità, si giunge presso la Chiesa di San Nicola che conserva veri tesori della pittura del seicento napoletano fra cui opere di Francesco Solimena. Da Piazza Carità, deviando su Via Morgantini, si giunge in Piazza Monteoliveto, ornata da una delle più importanti fontane della città eretta nel 1668 in onore del re bambino Carlo II di Spagna. Nella piazza è la Chiesa di Sant Anna dei Lombardi costruita a partire dal 1411, il cui interno custodisce eleganti sepolcri ed è un mirabile esempio di arte rinascimentale, fra cui spiccano il rilievo dell Altare della Cappella Correale di Benedetto da Maiano e il Gruppo della Pietà di Guido Mazzoni. Notevole anche l'organo del XVII secolo. La piazza si completa con il famoso Palazzo Gravina del 500, oggi sede universitaria. Tornando in Via Toledo e risalendo Via Sant Anna dei Lombardi, si incontra la Chiesa dello Spirito Santo e, proseguendo per Piazza Dante, uno dei punti più vitali della città dove oltre al monumento del grande poeta, sono di notevole importanza la facciata del Foro Carolino disegnata da Luigi Vanvitelli nel 1757 e ornata dalle 26 statue attestanti le virtù del re Carlo di Borbone, Palazzo Bagnara e la più volte citata Port Alba. Lasciata la piazza e procedendo lungo Via Pessina, si giunge al cospetto dell imponente facciata del Museo Archeologico Nazionale cui è obbligo fare visita data l'importanza internazionale delle sue collezioni d'arte, provenienti in primo luogo dagli scavi di Pompei ed Ercolano; notevole anche la sezione egizia. Se si ha ancora voglia di conoscere la città, si può proseguire lungo Piazza Cavour e Via Foria, fin a Piazza Carlo III, in un percorso che permetterà di vedere, facendo piccole deviazioni, altri importanti luoghi e monumenti della città come Via Costantinopoli sede di importanti chiese monumentali e dell Accademia di Belle Arti, Porta San Gennaro, Porta Capuana e il vicino Castel Capuano, l'Orto Botanico e il Palazzo Fuga.

Napoli Sotterranea Napoli si è sviluppata in una zona dove vulcani primordiali hanno depositato sedimenti che poi si sono solidificati in una roccia leggera, duttile, ma resistente, ottima per l'edilizia e facile da scavare. Per questo i suoi abitanti, dai greci in poi, l'hanno sempre usata in maniera intensiva e hanno scavato in essa i più antichi acquedotti dell occidente, grotte e catacombe grandi come basiliche sotterranee. Sotto i palazzi del centro storico, le antiche cisterne e gli stretti canali dell Acquedotto della Bolla, nel tempo sono stati allargati e approfonditi per ricavarne il tufo necessario all innalzamento dei palazzi sovrastanti. E così che la Napoli di superficie ha lasciato nel suo ventre il suo negativo. Oggi è possibile visitare la Napoli sotterranea accompagnati da gruppi di speleologi in facili, ma suggestive escursioni fra le gallerie e i cunicoli dei vecchi acquedotti che collegavano la città alle sorgenti. Uno degli ingressi è posto sotto la Basilica di San Paolo da dove è possibile visitare la città sotterranea che si estende fin sotto San Gregorio Armeno. L'altro ingresso è da Sant'Anna di Palazzo, nei Quartieri Spagnoli, dove una profonda scala a chiocciola introduce in un itinerario che si snoda fin sotto il quartiere Chiaia, a spasso, nel buio più assoluto, rotto solo dalle lampade delle guide, fra stretti cunicoli, ampie cisterne ed enormi cave adibite, durante il secondo conflitto mondiale, a sicuri rifugi antiaerei.

Il Lungomare e Posillipo Da Piazza del Plebiscito, svoltando a destra dopo Palazzo Salerno, si imbocca Via Cesario Console che scende in direzione del mare e incrocia dopo un breve tratto Via S. Lucia. L'arteria, anticamente affiancata dalle modeste abitazioni dei pescatori, fu rimodernata e ampliata già nel XVII secolo per divenire poi una delle vie più frequentate e piacevoli di Napoli. Percorrendola sulla sinistra si incontra quasi subito la piccola Chiesa di S. Lucia a Mare, perche nel passato sorgeva sulla riva. Al suo interno conserva la venerata statua lignea settecentesca della Santa. La via si conclude con la Fontana dell'Immacolatella collocata in uno dei punti più panoramici della città e risalente all'inizio del XVII secolo. Oltre la fontana inizia Via Partenope che incrocia il molo del Borgo Marinaro, con la massiccia mole del Castel dell'Ovo, che è ancora oggi uno dei luoghi caratteristici della città. Da Santa Lucia si raggiunge anche Via Chiatamone, anticamente disseminata di grotte preistoriche, dalla quale si giunge in Piazza dei Martiri, una delle più eleganti della città caratterizzata dal Monumento ai Martiri di tutte le Guerre. Tornando verso il mare si raggiunge Piazza della Vittoria dov'è possibile visitare la seicentesca Chiesa di Santa Maria della Vittoria. Dalla piazza il lungomare è dominato per quasi metà del suo percorso dalla Villa Comunale e dal suo parco ricco di alberi secolari, monumenti e fontane di varia epoca. La villa ospita inoltre, edifici ottocenteschi tra cui il Chiosco della Musica, il Palazzetto del Circolo della Stampa e la Stazione Zoologica fondata nel 1872 dal naturalista Antonio Dohrn che comprende l'Acquario più antico d'Europa. La Villa si conclude in Piazza della Repubblica, al cui centro è posto il Monumento allo Scugnizzo. Lungo l'elegante Riviera di Chiaia, immersa in un bel parco, sorge la neoclassica Villa Pignatelli che ospita il Museo Principe di Aragona Pignatelli Cortes. Da Piazza della Repubblica ci inoltriamo a Mergellina, porto turistico della città, dove in Piazza Sannazzaro è posta la bella Fontana della Sirena che rievoca il mito di Partenope. Da Piazza Sannazzaro si raggiunge la Chiesa di Santa Maria di Piedigrotta centro della notissima festa popolare. Alle spalle della Chiesa in un parco ai piedi della collina di Posillipo nei pressi della Cripta Neapolitana, in un antico colombario di epoca romana si presume che vi sia la Tomba di Virgilio. Nello stesso parco è situato il Sepolcro di Leopardi. Ritornando verso il mare oltrepassando la fontana del Leone, nell'omonima piazzetta, raggiungiamo la Chiesa di Santa Maria del Parto che, costruita nel 1499, si caratterizza per l'insolita decorazione pittorica voluta dal Sannazzaro di cui conserva il sepolcro, fatta di soggetti pagani. Alla fine di Via Caracciolo in Largo Sermoneta si erge la seicentesca Fontana del Sebeto.

Il cammino prosegue salendo per la panoramica Via Posillipo, al cui termine si raggiunge la piccola Via Marechiaro che ci conduce all'omonimo borgo dove è stata cantata la famosa “fenestella” e dove finisce il nostro itinerario.

La Napoli fine '800 Il turista che giunge a Napoli in treno si trova subito in Piazza Garibaldi, grande e movimentata, con gente di varia nazionalità affaccendata in mille occupazioni. La piazza, che è frutto del Risanamento del centro storico avvenuto dopo il colera del 1884, si caratterizza soprattutto per la presenza di discreti alberghi, del frequentatissimo Bar Messico, vero tempio della "tazzulella 'e cafè" e per il monumento a Garibaldi che, dall'alto del suo piedistallo, osserva lo svolgersi della caotica vita cittadina. Lasciata la piazza ci immettiamo in Corso Umberto I, ricco di negozi e palazzi piuttosto eleganti, che conserva qualche testimonianza del passato tra cui l'antichissima Chiesa di San Pietro ad Aram. Superata Piazza Nicola Amore, caratterizzata dalle facciate semicircolari dei quattro palazzi che la racchiudono, giungiamo di fronte alla monumentale facciata neoclassica del Palazzo dell'Università con la scalinata caratterizzata da due sfingi alate. Non lontano dalla sede universitaria entriamo in Piazza Bovio in cui spicca per bellezza la fontana del Nettuno opera del XVII secolo. Sul lato destro della piazza il Palazzo della Borsa si fa notare per i due leoni in bronzo cavalcati da due geni alati che ne ornano la facciata. Il palazzo ingloba l'antichissima cappella di S.Aspreno sotto la quale vi sono resti di terme romane. Imboccata Via Depretis, sul cui sfondo si staglia la mole del Castel Nuovo, giungiamo in Piazza Municipio che offre allo sguardo numerose visioni prospettiche che la rendono interessantissima. Il monumento equestre a Vittorio Emanuele II campeggia al centro della piazza sui giardini e le fontane di Palazzo San Giacomo, sede del municipio che ingloba l'omonima chiesa spagnola e conserva, sullo scalone principale, la testa marmorea, "'a capa 'e Napule", rinvenuta nella zona dell'acropoli greca e che forse raffigura la sirena Partenope.

La Napoli "bene" - La zona alto borghese della città Da Piazza Trieste e Trento, uno dei principali crocevia del centro cittadino, può cominciare la nostra passeggiata nella Napoli elegante e salottiera. La piazza, caratterizzata dalla fontana detta "del Carciofo", è delimitata da alcuni dei monumenti più rappresentativi della città: il Palazzo Reale, il Teatro San Carlo, la Galleria Umberto I, la chiesa di S.Ferdinando, il Palazzo Vicereale e non lontana la Biblioteca Nazionale. La piazza è anche la sede di uno dei caffè storici della città il Gambrinus i cui tavolini hanno ospitato artisti e letterati di primissimo ordine. La piazza è attigua a quello che da qualche anno è tornato nel pieno del suo splendore ad essere il "salotto buono" della città: Piazza del Plebiscito. La piazza è diventata il simbolo della rinascita culturale e morale della città, centro di eventi spettacolari e manifestazioni artistiche di risonanza mondiale. La piazza è caratterizzata soprattutto dalla presenza della splendida Basilica di San Francesco di Paola le cui cupole e il colonnato semicircolare fronteggiano la facciata principale del Palazzo Reale con le statue dei capostipiti della dinastie che nel tempo si sono avvicendati alla guida del Regno di Napoli. Tornati a Piazza Trieste e Trento imbocchiamo l'elegante Via Chiaia che ci introduce in quella che è definita la "Napoli-bene" che vede il suo centro in Piazza dei Martiri, certamente una delle più eleganti della città. La piazza, che al centro presenta il Monumento ai Martiri delle rivoluzioni napoletane, è chiusa fra monumentali palazzi settecenteschi e ottocenteschi fra cui spicca per grandiosità il Palazzo del Duca di Calabritto. La piazza accoglie raffinate pasticcerie e caffetterie cui è difficile resistere. La nostra passeggiata nella "Napoli-bene" prosegue scendendo lungo Via Calabritto verso il mare e la Riviera di Chiaia, o tornando indietro per raggiungere le raffinate Via Filangieri e Via dei Mille costeggiate da palazzi dalla ricca architettura, fino a Piazza Amedeo dove le stazioni della metropolitana e della funicolare ci permetteranno di raggiungere altri luoghi della città. Il "ventre" di Napoli - Alla scoperta dei vicoli Non si può dire di conoscere Napoli se non se ne conoscono i vicoli. Il "vicolo" è un mondo a parte, con i suoi bassi, con la sua economia, le sue tradizioni, i suoi santi esposti e venerati in curatissime edicole, i suoi personaggi, le sue storie. La cultura del vicolo è stata sviscerata negli scritti di Matilde Serao, Marotta, Malaparte, Croce: intellettuali che nei vicoli hanno trascorso parte della loro esistenza e che del vicolo hanno vissuto gli umori, le tragedie, la povertà materiale e la ricchezza di una vita vissuta alla giornata. Vita messa in scena dai grandi attori ed autori del teatro napoletano: su tutti il genio di Eduardo De Filippo e la maschera di Totò. Ogni zona della vecchia Napoli ha i suoi vicoli: Santa Lucia, Forcella, La Sanità, i Vergini, i Cristallini, la Duchesca, i Quartieri Spagnoli, la Pignasecca, e quelli dei quartieri Mercato, Pendino, San Giuseppe Porto spezzati dal “Rettifilo” creato dal risanamento del 1884. Ognuna di queste zone ha le sue caratteristiche, il suo gergo, i suoi mestieri e, purtroppo, la sua criminalità organizzata in famiglie che ne detengono il controllo delle attività illecite. Una passeggiata per i vicoli è un esperienza non priva di fascino; prendiamo per esempio la Metropolitana o la Cumana e scendiamo a Montesanto: risaliti in superficie ci troveremo a percorrere Via Portamedina che ci condurrà in Piazza Pignasecca da cui si diramano pittoreschi vicoli. La piazza la mattina è sommersa dalle voci dei venditori che dalle loro variopinte bancarelle richiamano l'attenzione dei clienti elencando le virtù della loro merce: frutta, verdura e pesci. Non mancano i banchetti dei venditori di sigarette di contrabbando, di panini imbottiti di ricotta di fuscelle, di pizze fritte e di trippa, musso e "père 'e puòrco". Costiera Amalfitana Celebrata in tutto il mondo per il suo splendore, la costiera si incunea nel Mar Tirreno separando il golfo di Napoli da quello di Salerno con contrafforti rocciosi che si snodano da Punta Campanella a Vietri sul Mare. Lungo la strada che a fatica supera pittoreschi valloni ed insenature che mostrano splendidi tratti di mare ed incantevoli spiaggette, si snodano piccoli ma attrezzati centri balneari, ma anche cittadine ricche di storia, arte e cultura. Il modo più rapido per raggiungere la costiera da Napoli è prendere l'autostrada A3 in direzione Salerno e uscire, dopo circa 45 Km., al casello di Vietri sul Mare, caratteristica località sul mare nota soprattutto per la produzione di maioliche artistiche. Percorrendo la costiera verso Sorrento incontriamo Cetara pittorescamente adagiata fra due gole rocciose e il mare, poi la strada prosegue tortuosa per Erchie da cui la costiera si svela in tutta la sua bellezza. La strada seguendo il ciglio della scogliera ci porta a Maiori che ha la più ampia spiaggia della costiera, e subito dopo a Minori piccolo centro tra Amalfi e Capo d'Orso. In alto, in collina è situata Ravello meta nel passato di illustri personaggi ed oggi centro turistico interessantissimo per i suoi monumenti come il Duomo del 1086, Villa Rufolo del XIII la cui architettura rivela influenze arabe, villa Cimbrone abbellita da uno splendido giardino, la chiesa di S. Giovanni del Toro. Amalfi è il centro più importante della costiera, le sue origini si perdono nella leggenda, ma è soprattutto nel medioevo che la città assume connotazioni di portata internazionale diventando la prima della repubbliche marinare italiane, padrona dei traffici nel Mediterraneo e promulgatrice dei primi codici di navigazione. Bellissimo il Duomo che conserva l'originario portone fatto fondere a Costantinopoli nel 1066, dal duomo si accede al Chiostro del Paradiso. Alle spalle di Amalfi si trova la Valle dei Mulini sede delle più antiche cartiere d'Europa con il Museo della Carta. Nel Museo Civico è conservata la Tabula Amalphitana che è il più antico codice di navigazione del mondo. Nei pressi di Amalfi, Atrani conserva la chiesa di S. Salvatore de Bireto dove venivano proclamati i dogi di Amalfi. Proseguendo si incontrano i borghi pescherecci di Conca dei Marini e Praiano nei cui pressi si trova la Grotta di Smeraldo, superati i quali si giunge a Positano piccolo ma famosissimo centro turistico di livello internazionale ricco di bellezze naturali e di un'attrezzatura alberghiera di primissimo livello.
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Mangiare a Napoli

La grande gastronomia napoletana è la sintesi di una storia ricca di splendori e di miserie, frutto delle diverse dominazioni subite e della capacità del popolo napoletano di fare di necessità virtù. Una gastronomia raffinata che però affonda le radici nei gusti e nelle consuetudini popolari che hanno generato quei prodotti tipicamente locali che di Napoli sono ormai il simbolo: la pizza, gli spaghetti, il ragù, la mozzarella, a tazzulella e caffè per non parlare dei dolci come i babà, le sfogliatelle, la pastiera e i gelati.

La cucina napoletana deve molto della sua bontà ad un fertile entroterra ricco di prodotti di grande qualità, su tutti, il pomodoro San Marzano, ed al mare che ha permesso la creazione di ricette a base di frutti di mare come gli straordinari spaghetti alle vongole, le impepate di cozze e gli squisiti soutè, per non parlare delle grigliate di pesci e crostacei o delle elaborate zuppe a base di pesci di scoglio o di molluschi. Molti ristoranti servono crudi, non solo ostriche, ma anche cannolicchi e straordinari taratufi, la cui genuinità è garantita.

Ristoranti tipici sono quelli del Borgo Marinaro le cui stradine si snodano ai piedi del Castel dell Ovo, fra cui i notissimi La Bersagliera e Zi Teresa. A Santa Lucia, nella zona dei grandi alberghi, gli esclusivi locali la Cantinella e Caruso offrono una bella vista sul golfo. Nella zona di Mergellina, di fronte al mare, si gustano specialità marinare nei vari: Dal Delicato, Ciro a Mergellina, Don Salvatore, Al Sarago in Piazza San Nazzaro ed altri più economici. Nella zona di Posillipo troviamo il panoramico Sbrescia e La Sacrestia dalla cucina estremamente raffinata; imboccando Via Ferdinando Russo si scende nuovamente sul mare dove, in una suggestiva insenatura che si apre sul golfo, Giuseppone a Mare offre preparazioni locali a base di pesce freschissimo. Per i romantici come non recarsi ai piedi della celeberrima Fenestella di Marechiaro dove, nei tipici ristoranti del borgo, è possibile assaporare quanto di buono offre la cucina partenopea. Da ricordare fra questi La Fazenda, A Fenestella e Marechiaro.

Il centro storico è ricco di trattorie che servono piatti tradizionali a prezzi contenuti in ambienti volutamente poco ricercati ma molto accoglienti dove si entra in contatto diretto con la napoletanità: Dante e Beatrice a Piazza Dante, nei pressi del Teatro San Carlo Ciro a Santa Brigida, vicino al Palazzo Reale il ristorante San Carlo, in Via Monte di Dio nei luoghi dell antica Partenope Amici Miei, in Via Alabardieri nel cuore della città Umberto, nei pressi della Stazione Centrale Da Mimì alla Ferrovia.

Un discorso a parte meritano le pizzerie di cui la città è letteralmente piena. Da locali tipicamente serali, stanno mutando aspetto e, all ora di pausa, si riempiono di impiegati, studenti, professionisti, commercianti e artigiani quasi fossero dei moderni fast food conservando, però, i sapori, gli ingredienti e la qualità di sempre. Ne è un esempio l'Antica Pizzeria nella zona di Forcella dove, su tavolacci di marmo, servono esclusivamente squisite pizze marinare (condite con aglio, olio, pomodoro e origano) e pizze Margherita che prevedono la sola aggiunta di mozzarella.

Ma la fantasia dei pizzaioli napoletani ha avuto il sopravvento sulla tradizione e si è sbizzarrita alla ricerca dei più disparati connubi di sapori. Ogni pizzaiolo che si rispetti ha inventato la sua specialità e tutte le pizzerie annoverano nel menù svariate variazioni sul tema. Dino Fabiani



Mangiare a Napoli

La grande gastronomia napoletana è la sintesi di una storia ricca di splendori e di miserie, frutto delle diverse dominazioni subite e della capacità del popolo napoletano di fare di necessità virtù. Una gastronomia raffinata che però affonda le radici nei gusti e nelle consuetudini popolari che hanno generato quei prodotti tipicamente locali che di Napoli sono ormai il simbolo: la pizza, gli spaghetti, il ragù, la mozzarella, a tazzulella e caffè per non parlare dei dolci come i babà, le sfogliatelle, la pastiera e i gelati.

La cucina napoletana deve molto della sua bontà ad un fertile entroterra ricco di prodotti di grande qualità, su tutti, il pomodoro San Marzano, ed al mare che ha permesso la creazione di ricette a base di frutti di mare come gli straordinari spaghetti alle vongole, le impepate di cozze e gli squisiti soutè, per non parlare delle grigliate di pesci e crostacei o delle elaborate zuppe a base di pesci di scoglio o di molluschi. Molti ristoranti servono crudi, non solo ostriche, ma anche cannolicchi e straordinari taratufi, la cui genuinità è garantita.

Ristoranti tipici sono quelli del Borgo Marinaro le cui stradine si snodano ai piedi del Castel dell'Ovo, fra cui i notissimi La Bersagliera e Zi Teresa. A Santa Lucia, nella zona dei grandi alberghi, gli esclusivi locali della Cantinella e di Caruso offrono una bella vista sul golfo. Nella zona di Mergellina, di fronte al mare, si gustano specialità marinare nei vari: Il delicato, Ciro a Mergellina, Don Salvatore, il Sarago in Piazza San Nazzaro ed altri più economici. Nella zone di Posillipo troviamo il panoramico Sbrescia e La Sacrestia dalla cucina estremamente raffinata; imboccando Via Ferdinando Russo si scende nuovamente sul mare dove, in una suggestiva insenatura che si apre sul golfo, Giuseppone a Mare offre preparazioni locali a base di pesce freschissimo. Per i romantici come non recarsi ai piedi della celeberrima Fenestella di Marechiaro dove, nei tipici ristoranti del borgo, è possibile assaporare quanto di buono offre la cucina partenopea. Da ricordare fra questi La Fazenda, A fenestella e Marechiaro.

Il centro storico è ricco di trattorie che servono piatti tradizionali a prezzi contenuti in ambienti volutamente poco ricercati ma molto accoglienti dove si entra in contatto diretto con la napoletanità: Dante e Beatrice a Piazza Dante, nei pressi del Teatro San Carlo Ciro a Santa Brigida, vicino al Palazzo Reale il ristorante San Carlo, in Via Monte di Dio nei luoghi dell'antica Partenope Amici miei, in Via Alabardieri nel cuore della città Umberto, nei pressi della Stazione Centrale Da Mimì alla Ferrovia.

Un discorso a parte meritano le pizzerie di cui la città è letteralmente piena. Da locali tipicamente serali, stanno mutando aspetto e, all ora di pausa, si riempiono di impiegati, studenti, professionisti, commercianti e artigiani quasi fossero dei moderni fast food conservando, però, i sapori, gli ingredienti e la qualità di sempre. Ne è un esempio l'Antica Pizzeria nella zona di Forcella dove, su tavolacci di marmo, servono esclusivamente squisite pizze marinare (condite con aglio, olio, pomodoro e origano) e pizze Margherita che prevedono la sola aggiunta di mozzarella. Ma la fantasia dei pizzaioli napoletani ha avuto il sopravvento sulla tradizione e si è sbizzarrita alla ricerca dei più disparati connubi di sapori. Ogni pizzaiolo che si rispetti ha inventato la sua specialità e tutte le pizzerie annoverano nel menù svariate variazioni sul tema.
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I Quartieri di Napoli Da quando si narra o si dipinga, Napoli supera tutto! La riva, la baia, il Vesuvio, la città, le vigne, la passeggiate io scuso tutti coloro ai quali la vista di Napoli fa perdere i sensi. Così Goethe, più di due secoli fa, descrive Napoli, città spettacolare dalle storie millenarie e dalle mille contraddizioni. Il turista che vi giunge si troverà a dover scegliere da quale dei suoi molteplici aspetti farsi rapire: da quello affascinante e misterioso che affonda le radici nella leggenda o da quello brutale e violento, ma pur sempre intrigante, che mostra le piaghe di una difficile storia; da quello solare e scanzonato di abusati luoghi comuni o da quello che oggi la vede impegnata nel suo rilancio culturale e morale.

La città è amministrativamente divisa in 21 circoscrizioni ed è così ricca di monumenti che a ragione il suo centro storico è stato definito un museo a cielo aperto. Pertanto, affinche possiate goderne la bellezza e assaporarne gli umori, questo articolo ne metterà brevemente in luce gli aspetti, i luoghi e i monumenti più significativi.

San Ferdinando - Chiaia - Posilippo I luoghi, i paesaggi e i monumenti dei tre quartieri che formano l'omonima circoscrizione, sono probabilmente quelli che più di altri hanno contribuito a rendere la città famosa nel mondo e costituiscono uno dei migliori itinerari turistici per chi voglia visitarla. Il turista che sbarca a Napoli si troverà subito immerso nello scenario di Piazza Municipio dominata dall imponente mole del Maschio Angioino o Castel Nuovo; nelle immediate vicinanze incontrerà l'importantissimo Teatro San Carlo, la splendida Galleria Umberto I° e la spettacolare Piazza del Plebiscito racchiusa fra la maestosa facciata del Palazzo Reale, il colonnato semicircolare e le cupole della splendida Chiesa di San Francesco di Paola. Degradando nuovamente verso il mare si giungerà a Santa Lucia e poi al Borgo Marinaro sul quale si staglia il massiccio fortilizio del Castel dell Ovo. Chiaia è il quartiere tutto affacciato sul golfo ed è perciò da non perdere una lunga passeggiata sul lungomare da Via Partenope a Via Caracciolo fino a Mergellina o nella Villa Comunale ricca di alberi secolari, statue neoclassiche e artistiche fontane al centro della quale si trova l'Acquario più antico d'Europa. Il monumento più importante della zona è la neoclassica Villa Pignatelli che oggi ospita un Museo. Posillipo, offre al visitatore l'incanto dello splendido panorama sul golfo con il Vesuvio, la punta di Sorrento sullo sfondo e l'isola di Capri. Volgendo lo sguardo verso est si apre alla vista il golfo di Pozzuoli con le isole di Nisida, Ischia e Procida e la costa, ricca di storia, dei Campi Flegrei.

Il Centro Antico Napoli è caratterizzata da una continuità urbanistica che non ha eguali in altre città. Infatti i quartieri che ne costituiscono il centro antico corrispondono fedelmente all'impianto della Neapolis Greco-romana. Sono quartieri dove si addensano stratificazioni millenarie che si aprono alla visione del visitatore come un enorme libro di storia: i vicoli traboccanti di vita dei quartieri San Lorenzo, San Giuseppe, Porto e Pendino sono gli stessi nei quali i greci del IV° secolo a.C. commerciavano e edificavano templi.

E' praticamente impossibile elencare tutti i monumenti presenti lungo i tre decumani e le numerose traverse (i cardi) perpendicolari ad essi, ma come non citare almeno le chiese di San Paolo Maggiore costruita sul precedente tempio dei Dioscuri, di cui ancora mostra sulla facciata due colonne, o quella di San Lorenzo Maggiore, al disotto della quale sono visitabili importanti scavi archeologici. Le due chiese si trovano in Piazza San Gaetano, l'antico foro romano, lungo Via dei Tribunali, l'antico decumano maggiore. Da visitare anche la strada e la chiesa di San Gregorio Armeno anch-essa edificata su di un precedente tempio. Via dei Tribunali termina di fronte a Castel Capuano, il più antico della città reggia fortificata dei re Normanni, alle cui spalle in Piazza De Nicola si apre la monumentale Porta Capuana. Percorrendo Via Duomo, in uno spazio piuttosto angusto per la grandiosità e per l'importanza del monumento, si incontra la Cattedrale dedicata a San Gennaro patrono della città, il Duomo appunto, che incorpora l'antichissima basilica paleocristiana di Santa Restituta fatta edificare dall imperatore Costantino, e il Battistero di San Giovanni in Fonte che è il più antico di tutto l'occidente cristiano. Al disotto del Duomo è possibile visitare un interessante area archeologica con stratificazioni che vanno dall'età greca all alto medioevo. Da visitare, sempre a Via Duomo, il Museo Civico Filangieri ospitato nel rinascimentale Palazzo Como. Altro luogo della memoria che si incontra ripercorrendo Via San Biagio dei Librai, l'antico decumano inferiore, è Piazzetta Nilo nella quale da duemila anni riposa la Statua del Corpo di Napoli. Seguendo l'asse di Spaccanapoli in successione si incontrano altri luoghi culto della cultura napoletana. Piazza San Domenico Maggiore sulla quale si affacciano l'abside dell omonima basilica di epoca angioina e numerosi palazzi di epoca aragonese e spagnola, con al centro la Guglia dedicata al Santo. Nei pressi della piazza, da visitare la Cappella di San Severo, ancor oggi circondata da un alone di mistero. Piazza del Gesù Nuovo con la Chiesa di Santa Chiara in stile gotico-provenzale di età angioina, l'imponente campanile medioevale, il Chiostro di Santa Chiara, la facciata cinquecentesca in bugnato del Gesù Nuovo e la Guglia dell'Immacolata. Va ricordata San Giovanni Maggiore, costruita sui resti del tempio di Ercole nel IV°secolo che si affaccia sull omonimo largo dove la Cappella di San Giovanni di Pappacoda mostra uno stupendo portale gotico.

Nella zona, in monumentali palazzi, sono ospitate le principali facoltà universitarie e i relativi musei.

Il Centro Storico I quartieri del Centro Storico sono la naturale estensione del Centro Antico, di cui rappresentano gli sviluppi medioevali e rinascimentali giungendo fino al vicereame spagnolo e alla Napoli borbonica. I quartieri spagnoli; l'elegante Via Toledo con i suoi palazzi storici e le chiese che conservano insigni capolavori della pittura del seicento napoletano; Piazza Monteoliveto con il Palazzo Gravina, la Fontana in onore di Carlo II di Spagna e la chiesa di S. Anna dei Lombardi ricca di tesori rinascimentali; Piazza Dante con la facciata settecentesca del Convitto Nazionale e Port'Alba, dove i lazzari di Masaniello ebbero la meglio sui cannoni del vicere; piazza del Museo Archeologico Nazionale uno dei più importanti del mondo; Piazza Cavour con la Porta San Gennaro una delle più antiche della città; Via S. Maria di Costantinopoli ricca di palazzi come l'Accademia di Belle Arti e di chiese che sono veri gioielli architettoniciPiazza Bellini dove sono ancora visibili le mura greche della città; Piazza della Sanità con la seicentesca Chiesa di Santa Maria sotto la quale si sviluppano le Catacombe di San Gaudosio; le zone dei Vergini e delle Fontanelle, antiche zone sepolcrali della Napoli greco-romana; Via Foria; Piazza Carlo III caratterizzata dalla enorme facciata, lunga 375 m., dell Albergo dei Poveri e dall Orto Botanico; Corso Garibaldi e l'omonima piazza sede della Stazione Centrale delle Ferrovie; Corso Umberto con la neoclassica facciata dell Università Federico II; Piazza Bovio con il Palazzo della Borsa e la monumentale Fontana del Nettuno; Piazza Mercato, scenario di drammatici avvenimenti della storia napoletana e l'attigua Piazza del Carmine, sono luoghi rappresentativi, ma non unici, dei quartieri che si sono sviluppati in continuità con il centro antico della città.

I Quartieri Collinari Quartiere collinare sviluppatosi alla fine del XIX secolo come rione residenziale della borghesia napoletana, il Vomero ha subito intorno agli anni cinquanta e sessanta del nostro secolo profonde trasformazioni che ne hanno fatto uno dei quartieri più trafficati e disordinati della città. Collegato ai quartieri sottostanti da tre linee di funicolare, conserva ancora alcuni tra i principali monumenti della città. Castel Sant Elmo e la Certosa di San Martino, costruiti sotto la dinastia angioina intorno al 1350, dominano dall alto della collina la città. La Certosa, oggi ospita il Museo Nazionale di San Martino che mostra tra le sue collezioni, pitture, sculture, imbarcazioni, documenti d'epoca e gli artistici presepi della tradizione napoletana.

La Villa Floridiana donata dal re Ferdinando di Borbone alla seconda moglie è formata da un bel parco al centro del quale la palazzina principale oggi ospita il Museo della Ceramica Duca di Martina. Il turista attento non può lasciarsi sfuggire una visita alle Catacombe di San Gennaro che, scavate nel tufo giallo dei Colli Aminei nella zona di Capodimonte fin dalla fine del II secolo, lasciano stupiti per la grandiosità delle gallerie che creano un ampia basilica sotterranea unica nel suo genere. Di notevole interesse sono il Sepolcro di San Gennaro e le tombe dei vescovi, tra cui quella del vescovo di Cartagine. All interno del Palazzo Reale di Capodimonte, fatto costruire nel 1738 da Carlo di Borbone e circondato da un grande parco e dal bosco che fungeva da riserva di caccia, sono da visitare il Museo con le sue collezioni e le Galleria Nazionale con la sua ricca pinacoteca.

La Zona Flegrea Fanno parte di questa zona vulcanica, nota fin dall antichità per la presenza di solfatare e fumarole: Fuorigrotta, moderno quartiere residenziale dove ha sede la Rai, del Politecnico, della nuova sede Universitaria, di importanti impianti sportivi come lo Stadio San Paolo e della Mostra d'Oltremare sede di importanti fiere campionarie, dello Zoo, e dell Edenlandia città dei divertimenti; Bagnoli ex zona industriale sede della Città della Scienza, ospitata nei capannoni della vecchia acciaieria sul cui litorale si affaccia l'isola di Nisida; Agnano sede di antiche Terme e del famoso Ippodromo, con la vicina riserva naturale degli Astroni dove vivono protette dal W.W.F. numerose specie animali. In tutta la zona sono presenti resti di epoca romana.

Come in altre metropoli, le zone periferiche della città non offrono motivi di grosso interesse per il turista: si tratta in genere di zone industriali o di ex zone agricole distrutte negli ultimi anni dalle colate di cemento della città che avanza in cerca spazio per la sua disordinata espansione
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Divertirsi a Napoli

Parlando di Napoli sembra scontato parlare di divertimento: tutti i luoghi comuni che si citano a proposito della città, infatti, mettono in risalto il carattere gioioso e spensierato del suo popolo dedito a suoni, canti e balli. Come spesso accade la realtà è ben diversa; ciò che è vera, però, è la grande tradizione culturale e creativa della città che, fin dall'antichità, ha prodotto forme artistiche e spettacolari che da fenomeno locale sono cresciute e si sono diffuse su scala internazionale: basti pensare al fascino che ancora esercita sullo straniero la canzone napoletana.

Teatri La tradizione teatrale napoletana è ricchissima: la presenza di varie famiglie di attori-autori (gli Scarpetta, i Di Maggio, i De Filippo, i Giuffrè) ha dato vita ad una grande produzione di farse, commedie, sceneggiate che ancora oggi vengono riproposte nei vari teatri della città.

Il Teatro Bellini, nato come teatro lirico nel 1864, è oggi il più bel teatro napoletano: sito in Via Conte di Ruvo 17 nei pressi di Piazza Dante, propone un programma di prosa internazionale. Non lontani, in due traverse laterali di Via Toledo, si incontrano due piccoli teatri che propongono, per un pubblico giovane e colto, spettacoli di tendenza dove si ricercano nuovi linguaggi espressivi: la Galleria Toledo in Via Concezione a Monteoliveto 36, e il Teatro Nuovo in Via Montecalvario 16. Quest ultimo è dotato di due sale fra cui la piccola Sala Assoli, poco più di uno scantinato, dove hanno preso vita storiche performance. I due teatri propongono inoltre rassegne cinematografiche di rilievo. Un altro grande teatro della città è l'Agusteo, sorto agli inizi del novecento in Piazzetta Duca d'Aosta a pochi passi dalla Funicolare centrale e dalla centralissima Via Toledo. Oggi il teatro è la sede privilegiata del teatro musicale e leggero ed ospita musical, spettacoli di rivista e recital di cantanti, in una sorta di gemellaggio con il Sistina di Roma.

In Piazza Municipio, dopo una lunga chiusura, nel 1995 è stato aperto un altro storico teatro napoletano: il Mercadante. Nato nella seconda metà del settecento quando ospitò la grande lirica dell'epoca, oggi si propone come il grande teatro di prosa della città.

In Via Chiaia 157 si trova quello che forse è il teatro più amato dai napoletani: il Sannazzaro. Teatro di schietto carattere popolare, legato alla tradizione dialettale, ha ospitato i più importanti, amati e venerati attori napoletani: dai De Filippo a Nino Taranto, da Pietro de Vico a Luisa Conte, che vi hanno proposto le farse, gli atti unici. Il teatro comico dei grandi autori della storia del teatro ottocentesco è invece il Politeama in Via Monte di Dio. Non lontano il Teatro Bracco propone una programmazione basata soprattutto sul teatro comico dialettale.

Il Vomero, quartiere collinare della città, è sede di un altro importante teatro cittadino: il Diana che, in Via Luca Giordano 69 ospita la grande prosa italiana, ma anche il varietà. Nello stesso quartiere il Teatro Cilea ospita una buona scuola teatrale e propone opere di autori cittadini contemporanei. Nella zona flegrea da ricordare sono il Teatro Tenda Partenope in Via Barbagallo, nei pressi del Palazzetto dello Sport, che è sede di concerti rock e jazz, il Teatro la Perla in Via Nuova Agnano 35, il Teatro Leopardi nella via omonima che propone teatro sperimentale e il Teatrino di Edenlandia in Viale Kennedy che presenta un interessantissimo cartellone tutto dedicato al teatro per l'infanzia.

A questi teatri, si affianca una quantità di piccole sale che producono significativi eventi spettacolari, cabaret, anticipazioni e vere e proprie scoperte come il “grande” Sancarluccio in Via San Pasquale 49, Al Bruttini in Via Port'alba, il Teatro Totò in Via Frediano Cavara, il Tunnel Cabaret in Via Santa Chiara 16, Spazio Libero in Via Parco Margherita, La Riggiola in Piazza S.Luigi.

Un discorso a parte merita il grande Teatro San Carlo che nella omonima via, adiacente a Piazza Trieste e Trento, rappresenta uno dei principali monumenti della città ed uno dei maggiori teatri lirici del mondo, secondo solo alla Scala di Milano sul quale può vantare maggiori dimensioni e un'acustica impeccabile. Questo tempio della musica, che nel corso dei suoi oltre duecento anni di storia ha ospitato le prime mondiali di numerose opere, oggi propone un cartellone lirico di primissimo piano.

Cinema La crisi che ha interessato il cinema negli anni ottanta ha provocato la chiusura di numerose sale cinematografiche: solo le più grandi sono sopravvissute ed oggi, a crisi in parte superata, si ripropongono al pubblico con tecnologie d'avanguardia e in molti casi con moderne multisale. Nel centro della città troviamo cinema di vecchia tradizione come il Fiorentini in Via Bracco 5, il Santa Lucia al numero 59 della via omonima, il Roxy e il Modernissimo che vanta ben quattro sale, nei pressi di Piazza Dante. Nei pressi dell'università l'Accademy Astra in Via Mezzocannone 109, e l'Adriano in Via Monteoliveto 12, offrono sale di media grandezza, circa 500 posti ognuno e grandi schermi. Vicino la Stazione Centrale in Corso Meridionale 60 si trova il cinema Corso, mentre due cinema piuttosto piccoli sono l'Agorà in pieno centro storico e il Pierrot in Via De Meis.

La zona più elegante della città, quella di Chiaia, offre un buon numero di sale di alto livello fra cui il Delle Palme in Via Vetriera 12, che annovera due sale di cui una con circa mille posti a sedere. Altro multisala della zona è l'Alcione in Via Lomonaco 3; non distanti il Filangieri, l'Arlecchino e il Fiamma offrono confortevoli sale di media grandezza.


Nella zona di Mergellina troviamo il President in Via T.Campanella 19, l'Empire in Via F.Giordani 20, l'Ambasciatori in Via Crispi 33, l'Amedeo in Via Martucci 69, tutti cinema di prima visione con buone sale da oltre trecento posti. Salendo verso Posillipo, nell'omonima strada si trova il cinema Posillipo molto frequentato da giovani perche economico e con una buona programmazione.

Il quartiere collinare della città, il Vomero, offre una buona scelta di cinema di qualità, fra cui i due multisala Arcobaleno, con tre sale in Via Carelli 7, e il Plaza, in Via Kerbaker 85, con due sale. Altri cinema della zona sono il Vittoria in Via Piscicelli 8, l'Abadir in Via Paisiello 35 e l'Acacia in Via Tarantino 10, dotati tutti di capienti sale tecnologicamente all'avanguardia.

Dei tanti cinema di Fuorigrotta nessuno è sopravvissuto alla crisi: le vecchie sale oggi ospitano agenzie di banca o grandi magazzini. Sono solo due i cinema della zona, ambedue multisala: il rinnovato La Perla in Via Nuova Agnano 36, ed il nuovissimo Duel in Via Scarfoglio.

In periferia, nel quartiere Chiaiano, c'è il cinema Felix dotato di tre sale non molto grandi ma di buona qualità, mentre in Via San Michele a Ponticelli troviamo il Maestoso con una sala capace di ben ottocento posti.

I cinema d'essay della città si sono in molti casi trasformati in cinema a luce rossa e, fra quelli che hanno resistito alla tentazione, sono da annoverare la Galleria Toledo e il Nuovo che propongono rassegne di film d'autore.

Napoli di notte Negli ultimi vent'anni la città ha visto il proliferare di locali, birrerie, pub, paninoteche, spaghetterie che, la sera e fino a notte inoltrata, si affollano di “ragazzi”, più o meno giovani, che cercano un luogo dove incontrarsi, “svoltare” o “perdersi”.

La ricchezza del panorama musicale della città ha contribuito alla nascita di numerosi locali e discoteche dove si suona musica dal vivo come il Vibes Cafè in Largo S.Giovanni Maggiore 26, l'Otto jazz Club nei pressi del Corso Vittorio Emanuele o il Sanakura in Via Pallonetto Santa Chiara 5.

Fra le discoteche le più frequentate sono il Blues e Blues in Via Michetti, il Vertego in Via Caccavello e il Twenty Three in Via Mancini, tutte al Vomero, il B.Out, lo Zeppelin Club e il Tongùè a Via Manzoni, Caboverde in Via Giulio Cesare e il Dry Dock in Via Cinthia ambedue a Fuorigrotta, il Casablanca in Via Petrarca, Chez Moi in Via Parco Margherita, il My way nei pressi di Piazza dei Martiri, per non parlare della mitica La Mela in Via dei Mille. Si balla anche nei numerosi disco pub come La Bavarese in Via Astroni, il Dug Out a Mergellina, l'Hip Hop di Via Cannavino a Pianura. Fra la moltitudine di birrerie più o meno di tendenza che fanno bere i nottambuli napoletani si distinguono il Livingston e l'Internet Cafè dove, fra un boccale e l'altro, è possibile navigare nel mare telematico.
Palazzo Penne Palazzo Penne
Palazzo Penne
Il palazzo, rarissimo esempio a Napoli di architettura civile del XV secolo, venne costruito nel 1406, come ricordato dall'epigrafe posta sul portale, dal nobile Antonio Penna, segretario del re Ladislao di Durazzo. L'edificio, per il cui progetto è stato avanzato il nome di Antonio Baboccio da Piperno, fonde elementi catalani (come l'arco ribassato) con stilemi toscani, evidenti nell'uso del bugnato. La facciata è appunto ricoperta da bugne decorate alternativamente con gli stemmi della famiglia proprietaria del palazzo (con il simbolo araldico della piuma) e quelli della corte (i gigli angioini). Al di sopra del portale ligneo, ancora quello originario, scorre un festone con incisi due versi del poeta latino Marziale. L'edificio è delimitato in lato da un cornicione, anch'esso a bugne, che reca incise le corone e le armi dei Durazzo. Su di un fianco sono ancora visibili due finestre a croce guelfa. Il cortile interno presenta un imponente portico a cinque arcate. Il palazzo passò poi ai Rocco, ai Capani e nel 1683 divenne sede dell'ordine dei Somaschi. Alla fine del XVIII secolo vi abitò Teodoro Monticelli, noto vulcanologo, che vi allestì la sua ricchissima collezione.
IL MUSEO CORREALE DI TERRANOVA A SORRENTO IL MUSEO CORREALE DI TERRANOVA A SORRENTO
Il Museo Correale di Terranova è ospitato nell'omonima Villa, un edificio settecentesco circondato da uno splendido giardino d'agrumi, con terrazza a picco sul mare, appartenuta alla Famiglia Correale di Terranova. Nobile casata che nell'800 viveva fra Napoli e Sorrento, con ampi interessi culturali e mondani. Gli ultimi discendenti Alfredo e Pompeo, disposero che alla loro morte le collezioni d'arte di famiglia costituissero un unicum nella villa di Famiglia. Aperto al pubblico dal 1924, raccoglie in 24 sale distribuite su tre piani, oltre 10.000 pezzi in esposizione, con arredi, maioliche, orologi, figurine del tradizionale presepio napoletano e oggetti in legno della tradizionale lavorazione sorrentina della Tarsia lignea. A questo si deve aggiungere l'importante Biblioteca, in cui sono custoditi scritti originali del poeta Torquato Tasso. La cui zia Ippolita de Rossi, sorella della madre del poeta Porzia, sposa nel 1535 Onofrio Correale.

Il museo, definito dall'archeologo Amedeo Maiuri "il più bel Museo di provincia italiano",
presenta un itinerario unitario non solo di celebrazione di grandi artisti, ma anche di conoscenza della storia del passato, della moda e delle curiosità attraverso i secoli.
Tra queste un'importante collezione di porcellane di Capodimonte ed europee del XVIII secolo. Particolarmente significativa la collezione di quadri dei vedutisti del '700 e '800, con pitture fiamminghe, paesaggi di artisti stranieri della cosiddetta Scuola di Posillipo, con opere di Teodoro Duclère, Giacinto Gigante, Pitloo, Silvester Scedrin,
Collezione quest'ultima che servì anche a Salvatore Di Giacomo -frequentatore della Famiglia Correale- per spunti a un suo saggio critico sulla collezione sui pittori della "Scuola di Posillipo".
Il piano terra della struttura è impegnata da reperti archeologici provenienti da scavi effettuati a Sorrento e in Penisola Sorrentina: vasi e suppellettili dal IX al VI sec. a.C., marmi romani, sarcofagi e capitelli tardo romani.
Nell'ultimo periodo il Museo Correale si è arricchito di una importante collezione di ventagli datati dal XVIII secolo alla prima metà del XX, che abbraccia la produzione di varie nazionalità e delinea un ampio panorama degli stili e delle tecniche del ventaglio in un arco di quasi tre secoli.

MUSEO CORREALE DI TERRANOVA, Via Correale, 50, Sorrento - tel. 0818781846
ingresso Euro 6 intero, Euro 5 ridotto, Euro 3 scuole
aperto 9-14 da mercoledì a lunedì - chiuso martedì
giovedì ingresso gratuito per i sorrentini

IL MUSEO DELLA CARTA AD AMALFI IL MUSEO DELLA CARTA AD AMALFI
Il Museo della Carta di Amalfi è un'ex-cartiera trasformata in museo nel 1969 per volere di Nicola Milano, proprietario della cartiera ed appartenente ad una delle famiglie amalfitane famose per essere state operanti nella produzione e fabbricazione della carta di Amalfi (o carta bambagina).
Il museo, situato nella Valle dei Mulini, nella parte interna della città, ospita i macchinari e le attrezzature (opportunamente restaurati e perfettamente funzionanti) impiegati nell'antica cartiera per realizzare la carta a mano. Al primo piano sono stati allestiti, inoltre, un'esposizione di fotografie e stampe documentaristiche e una biblioteca a tema contentente libri sulle tecniche di produzione, a testimonianza dell'importanza assunta da questo manufatto nella storia della repubblica marinara.
La visita guidata, della durata di 15-20 minuti circa, include anche la possibilità di assistere dal vivo alla realizzazione di un foglio di carta di Amalfi.

storia di Niccolò_Pesce storia di Niccolò_Pesce
La leggenda di Niccolò Pesce, detto Colapesce per le straordinarie capacità natatorie, sorge nell’epoca medievale.
Si narra che questo giovane con dita palmate, branchie e pelle squamosa; mezzo uomo e mezzo pesce, fosse in grado di vivere nel fondo del mare.
La leggenda narra che per percorrere grandi distanze Niccolò Pesce si faceva ingoiare da un
enorme pesce e, quando aveva raggiunto la sua meta, ne tagliava il ventre per uscire.
Colapesce frequentava i fondali tra Napoli Messina; per questo motivo il re di Napoli un giorno lo incitò a scendere negli abissi per vedere cosa nascondessero.
Colapesce raccontò al re di aver visto il fondo del mare coperto di tesori inestimabili;
risalì portando grandi quantità di gemme trovate in grotte e cunicoli sotto all’isolotto di Megaride.
Un bassorilievo collocato sulla facciata del palazzo in via Mezzocannone, raffigurante un uomo barbuto e peloso con in mano un coltello , viene associato alla figura di Colapesce. Non acaso, il popolo nel Seicento lo ricordava come un uomo selvaggio,
che ogni tanto usciva dalmare per discorrere con i marinai e informarli delle sue scoperte.
Tale figura divenne poi simbolo del quartiere Porto
CULTO_DI_PRIAPO CULTO_DI_PRIAPO
Il corno è il simbolo per eccellenza della scaramanzia napoletana. Spesso viene sostituito alle
porte o ai balconi da cascate di peperoncini rossi, che con i loro semi piccanti hanno la funzione simbolica di allontanare le malelingue
Oggi si è perduto il senso della sua funzione: lo si accarezza senza sapere il perché. Il corno, infatti, non è altro che la stilizzazione del fallo del dio grecoromano Priapo, custode dei campi, protettore del malocchio e dio della prosperità della casa e della pesca.Nell’immaginario napoletano è più evidente la funzione del corno come antidoto contro il malocchio; inoltre, esso è inteso come un “portabene” che esorcizza il male e le negatività.Altri simboli fallici, riconducibili a caratteristiche priapiche, sono presenti negli androni dei palazzi con
colonne o pilastri che quasi sempre terminano con figure geometriche di coni tronchi a base piramidale, che via via hanno perduto la memoria del simbolo che proteggeva la proprietà dalle sventure. Questi segni sono riconducibili al culto magico un tempo dedicato a Priapo, il quale era uno degli dei più venerati nella Campania Felix.
Per quanto concerne l’etimologia della parola Priapo, essa deriva probabilmente da pri(h)àpos (“colui che ha sul davanti un hàpos”, cioè un pene); questa etimologia pone l’accento sulla caratteristica fondamentale del dio, cioè la forza generatrice.
Non si sa con precisione di chi era figlio, ma non mancano le attribuzioni.
C’è chi lo ritiene figlio di Venere e di Bacco, chi di Venere e di Giove e chi, invece, figlio di
Venere e Mercurio.Il culto di Priapo è tra i più antichi riti misterici napoletani. La fecondità si associa anche al concetto di penetrazione e quindi di possesso del “di sotto”, simbolicamente del ventre stesso della terra.
Negli antichi culti napoletani il “sotto” non era il regno della tomba e dei
morti, ma era il luogo sacro del rifugio invernale di Proserpina/Demetra, dove avveniva
quella “putrefazione” essenziale del seme che permetteva il ritorno alla luce del germoglio
primaverile e del frutto estivo. L’antico patto della mitologia greca con il dio degli Inferi
troverà immediato seguito nella Palepoli ellenica della prima colonia di Pizzofalcone (Monte
Echia) e della leggenda di Parthenope. La Sirena vergine che viene a morire d’amore
inconsumato sull’isolotto di Megaride non fa che confermare la fondamentale importanza
vitale della fecondità attraverso il possesso del dio Priapo: ella non può sopravvivere alla sua
vergogna e deve morire. Solo morendo il suo corpo, per metà uccello e per metà pesce,
può fecondare.
Nei riti “segreti” della fecondità le vergini, designate da una sacerdotessa, venivano
accompagnate in grotte sotterranee e denudate nel corso di una cerimonia ritenuta di
fondamentale importanza. Il nudo iniziatico sarà lentissimo a morire nei riti esoterici
napoletani e si trasmetterà nei secoli fino alla Tarantelle Cumplicate che si tenevano nella
grotta di Piedigrotta. Distesa su una “pelle marina” ottenuta con unione di diverse pelli di
pesci del golfo, la vergine veniva posseduta da un giovane vestito a sua volta da pesce.
Da questi riti pagani nacquero una serie di commistioni che si trasformeranno poi in
ritualità cristiane come il culto del pesce di San Raffaele (‘o pesce ‘e San Rafèle), di San
Pasquale Baylon e della Madonna di Piedigrotta.
CAVA DI PIPERNO A PIANURA CAVA DI PIPERNO A PIANURA
Cava di Piperno in località Masseria del Monte in Pianura
Le Rocce lapidee dei Campi Flegrei
Il patrimonio costruito dei Campi Flegrei di epoca greca e romana è stato realizzato principalmente con rocce lapidee che affioravano sia nella caldera flegrea sia nelle aree immediatamente circostanti. Le pavimentazioni stradali furono realizzate con basoli lavici di colore grigio (l' Arco Felice Vecchio e la Via Sacra per Cuma). Altre arterie di collegamento utilizzate a fini commerciali e militari (La Grotta di Pozzuoli, la Grotta di Seiano, il Viadotto Cocceio) furono scavati dai romani nel Tufo Giallo Napoletano e nei Tufi Gialli affioranti nella caldera flegrea. L'impiego del Tufo Grigio Campano, roccia che si degrada rapidamente per alterazione agli agenti esterni, fu, sia da parte dei Greci prima che dai Romani dopo, alquanto limitato. Uno dei principali motivi che spinsero le popolazioni a cavare nel sottosuolo sta nel fatto che queste rocce sono facilmente scavabili e soprattutto mostrano caratteristiche di facile lavorabilità. Inoltre la necessità di reperire nel sottosuolo materiale da costruzione fu imposta dal sempre crescente sviluppo urbanistico della città.
Altra motivazione che giustifica la presenza di un sistema caveale nel sottosuolo di Napoli è che questa città, impostata unicamente su terreni
vulcanici, mancava di una risorsa naturale fondamentale: l'acqua, ad eccezione delle acque del fiume Sebeto. Per questo motivo fu indispensabile realizzare nel tempo l'acquedotto Claudio (I sec. d.C.) e quello del Carmignano (XVII sec.). In particolare l'acquedotto Claudio portava le acque del Serino, attraverso una rete (lunga circa 90 chilometri) di cunicoli sotterranei realizzati nella roccia tufacea dove l'acqua scorreva, raccogliendosi di volta in volta in cisterne, fino terminare il suo percorso nella Piscina Mirabilis di Bacoli.
La maggior parte di queste opere d'arte in ambiente sotterraneo è stata realizzata cavando la formazione del Tufo Giallo Napoletano che, con
spessori anche superiori al centinaio di metri, costituisce l'ossatura della città di Napoli. Pertanto tutto il sistema caveale noto e rilevato dall'Ufficio
Sicurezza Geologica e Sottosuolo del Comune di Napoli, si estende per la quasi totalità in questa formazione vulcanica.
Assessorato alla Difesa del Suolo del Comune di Napoli
Servizio Sicurezza Geologica e Sottosuolo
Università degli Studi di Napoli Federico II
Dipartimento di Scienze della Terra

MUSEO DI ARTE DIOCESANO MUSEO DI ARTE DIOCESANO
All’inizio del Seicento le Clarisse del monastero di Santa Maria Donnaregina decisero di costruire una nuova chiesa barocca, più consona al gusto del tempo, annettendo l’antica chiesa gotica alla zona della clausura.I lavori per la costruzione del nuovo edificio sacro, detto perciò di Santa Maria Donnaregina Nuova, iniziarono nel 1617.
Salendo la maestosa scala di piperno si entra nella navata della chiesa rivestita di marmi policromi con una volta seicentesca interamente affrescata con la Gloria della Vergine. Sopra il presbiterio si trova un affresco del giovane Francesco Solimena che ha rappresentato Il Miracolo delle rose di san Francesco e accanto all’altare maggiore le ultime tele del pittore barocco Luca Giordano.
In occasione dell’inaugurazione del Museo Diocesano di Napoli, che si svolge all’interno della chiesa di Donnaregina Nuova, chiusa da molti anni, ritornano opere di grande pregio: nella prima cappella a sinistra L’immacolata Concezione del lorenese Charles Mellin del 1646; nella terza cappella a destra la Santificazione di Francesco, rara iconografia del Solimena; e la tenera Madonna con Bambino di Massimo Stanzione posta nella sacrestia.
Accanto ai molti e bei dipinti propri della chiesa ex monastica, il primo percorso museale presenta opere d’arte aggregate per illustrare due temi importanti della fede cristiana e manifestata nella chiesa Napoletana: la raffigurazione di Maria, modello di vita per i cristiani, e la rappresentazione di San Gennaro, Patrono di Napoli e della Campania, come martire/testimone della fede.
Il tema martirio trova descrittori formidabili con Giovan Bernardo Lama, Fabrizio Santafede e Pietro Torres; mentre le opere ispirate al tema mariano vantano nomi come quello del fiammingo Teodoro D’Errico, Francesco Solimena, Aniello Falcone, Andrea Vaccaro e Marco Pino, che nel Cinquecento ha lasciato tante note significative nel campo della pittura, con larga influenza territoriale.
Ma non si tratta delle uniche meraviglie che si trovano nella chiesa, entrando nel Museo tanto ancora si potrà scoprire per una visione originale della Napoli del Seicento. Tavole, tele, affreschi, sculture, ori, argenti…tante le novità da ammirare.
La disposizione delle opere evidenzia i momenti più salienti dei temi scelti, grazie al quale il Museo Diocesano diviene, secondo le parole di Sua Eminenza Crescenzio Sepe ”…punto di riferimento sia per una sapiente rivisitazione della storia credente della Comunità locale espressa nella forma delle arti, sia per una lettura culturale altrettanto sapiente dell’oggi.



Museo Diocesano di Napoli
Largo Donnaregina – Napoli - tel. 081.557 13 65 – fax 081. 299 480 - 348 2703470
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e-mail : info@museodiocesanonapoli.it- cderosa@museodiocesanonapoli.it

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sono aperte le iscrizioni per l'anno 2010

SOCIO TITOLARE EURO 15 SOCIO FAMILIARE EURO 12 STUDENTI UNIVERSITARI EURO 1 ( PREVIO PRESENTAZIONE DI ATTESTATO DI ISCRIZIONE PER L'ANNO IN CORSO )

 
 
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